• giovedì , 18 Luglio 2019

L’era ansiolitica

In una società schizofrenica e perennemente in ritardo, la paura si cela dietro l’angolo in ogni momento. Tuttavia essa non è più quella ancestrale, indispensabile alla nostra sopravvivenza: nell’Occidente contemporaneo dilaga quel terrore ansioso tipico dell’individuo costantemente indaffarato, una categoria umana sempre più diffusa in Europa così come oltreoceano. L’antica paura di ricorrere in pericoli reali si è evoluta in una logorante ansia, nella maggior parte dei casi assolutamente infondata e del tutto inutile. Nella nostra società la parola “fobia” ha un significato distante da quella del passato: sono state catalogate moltissime nuove paure, rendendo la nostra lingua una vera e propria fabbrica di neologismi. Di certo una società precaria come quella odierna, caratterizzata da instabilità ed incertezze in ogni campo (dal lavoro alla spiritualità) insieme insieme alla perdita di un quadro valoriale oggettivo non aiuta il fragilissimo uomo del nostro secolo. Per questo motivo si può notare un massiccio utilizzo di farmaci, parafarmaci, rimedi omeopatici, cure tra le più bizzarre, al solo fine di ridurre lo “stress”, quella situazione di tensione e malessere indefinita e perciò imputabile come causa di ogni qual tipo di disturbo dell’essere umano. Uno su tutti l’ansia: la vera paura del ventunesimo secolo. Sicuramente è normale che vi siano incertezze e preoccupazioni riguardo al futuro, ma queste ultime non devono essere paralizzanti; solo una visione oggettiva dei fatti è in grado di curare una eccessiva irrequietezza.

Un farmaco tranquillante può infatti sopire le ansie ma non eliminarle, essendo queste parte di noi. Come Seneca nel “De tranquillitate animi” reputava inutili i provvedimenti esterni e provvisori, quali la commutato loci, e cercava cure più profonde, allo stesso modo è necessario trovare un equilibrio che parta dall’interno dell’individuo. Ciò viene reso ancora più difficile da una “società individualizzata”: si sta perdendo (anche a causa del numero sempre maggiore di persone che sceglie la vita cittadina, estremamente solitaria nella moltitudine degli abitanti) quel senso di collettività che era tipico delle aggregazioni umane. Un fenomeno simile a quello causato dalla caduta della pòlis: l’ellenismo greco è infatti l’espressione di quel senso di paura ed incertezza. La commedia nuova di Menandro, nato due anni dopo la battaglia di Cheronea, (data presa a simbolo della fine della pòlis greca) tratta proprio temi quali la filantropia e l’amicizia, sempre più importanti in una società drammaticamente simile a quella odierna. Come afferma Zygmunt Bauman nel suo saggio “Paura liquida” “La società individualizzata è contraddistinta da una dispersione dei legami sociali, che sono il fondamento dell’azione solidale”, vi è un rapporto strettissimo tra la configurazione della società e quello tra i cittadini. E’ dunque importante (lo affermano due grandi antichi a distanza di secoli) coltivare valori quali l’amicizia (con i “boni”, come sentenzia Seneca), prendendo spunto dall’esperienza di Menandro e dalla pragmaticità senza tempo di Seneca. Proprio quest’ultimo nella lettera quarantasette parlava di una schiavitù comune a tutti gli uomini: tutti siamo schiavi della paura. Spetta ad ognuno liberarsene, per quanto possibile, con l’aiuto della saggezza.

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