• sabato , 20 Luglio 2019

Quel che rimpiangi del giorno

Nulla è più affascinante della memoria: un meccanismo in cui emozioni, immagini, nomi, frasi vengono registrati e condensati nella nostra materia grigia sotto forma di mere catene proteiche. La nostra stessa identità trova fondamento nella memoria: ogni singolo ricordo che ancora conserviamo, dal giorno più felice della propria vita a quello più traumatico, plasma la nostra personalità, in carattere, atteggiamenti e persino gusti. Senza, infatti, non siamo nessuno: un uomo che non ricorda il proprio è senza patria, famiglia, amici, amore; è un guscio vuoto che pirandellianamente potrebbe essere chiunque e qualunque cosa.

Indipendentemente dalla propria sensibilità, ogni persona di tanto in tanto ritorna sui percorsi della memoria, per rivedere persone e luoghi lontani, rivivere emozioni e sensazioni sopite, riascoltare frasi che nessuno ormai pronuncerà più. Si chiama nostalgia. Quel bisogno impellente di allontanarsi dal presente e tornare indietro: nostalgia. Il rimorso pungente di voler cambiare delle scelte fatte: nostalgia. La lacrima dolce-amara che nasce ripensando a un passato che non tornerà: nostalgia.

È un sentimento così ampiamente diffuso che quando ne si legge nelle opere di poeti e letterati è impossibile non immedesimarsi. Abbiamo tutti compatito Foscolo e Dante nella durezza dell’esilio, nell’essere sradicati dalla propria terra come sorbi, costretti poi a vagare di città in città piegando le ginocchia di fronte a signori e governi che non riconoscono come propri. Altrimenti, chi non ha sofferto con Lucia il dover dire addio ai monti ne I Promessi Sposi, chi non ha provato lo stesso desiderio di riabbracciare la propria amata come Ulisse? Ogni donna e uomo che si possa definire tale rispetta, inoltre, il pentimento di Medea, l’odio che nacque in lei per aver ingannato, tradito, ucciso per un amore che le fece rimpiangere ogni scelta fatta. O ancora la pena che suscita Dorian Gray, il quale arriva a odiare la sua stessa immagine, simbolo di una giovinezza eterna sprecata e deturpata dal peccato.

La letteratura mondiale spalanca un numero oli finestre su esempi di personaggi costruitisi sul ricordare e imparare, o per lo meno sulla nostalgia della vita trascorsa. Sebbene sia probabile non aver provato o sperimentato alcuna di queste esperienze, è ancora possibile comprenderle: l’arte della parola, in quanto tale, è anch’essa un’imitazione della realtà e offre al lettore un posto in prima fila di fronte alla rappresentazione della vita. Facendo provare emozioni nuove riprende ciò che Aristotele definirebbe catarsi del sentimento, ma che più semplicemente possiamo chiamare umanità.

Ogni istante operiamo delle scelte, da un banale “destra o sinistra” a decisioni ben più gravi come l’università, lavoro o matrimonio. Un “sì” conduce a uno scenario di vita che potrebbe essere del tutto diverso se si fosse detto “no”. Non saremmo davvero umani se ogni tanto non ripensassimo a certi bivi e ci lasciassimo andare all’immaginazione, per sognare realtà ulteriori, in cui si è persone diverse, in contesti differenti magari. L’avidità insita in noi ci porta a voler far scorta di ricordi e memorie; bramiamo, pur consapevoli di non poter ottenerlo, ciò che è stato e ciò che sarebbe potuto essere: l’io che siamo diventati cerca di estraniarsi da sé, per curiosità o insoddisfazione, in modo da assaporare la realtà di ciò che non è stato. Essere uomini vuol dire anche essere e vivere come due persone: una nella realtà e l’altra nella propria nostalgica immaginazione.

La stessa nostalgia presenta due vie: la prima si percorre con il rimorso, la seconda con serena soddisfazione. Se infatti la storia della nostra vita definisce chi siamo diventati, la via nostalgica che scegliamo di percorrere determinerà chi saremo. È sbagliato e dannoso per la persona continuare a guardarsi indietro rimpiangendo sentimenti perduti, amori che non torneranno, voci perse nel vento, perchè la direzione in cui va la vita è una sola: il futuro. Chi rimane indietro su questa prima via, ancorato al passato, non può che perdere altre occasioni di vivere. Altrettanto nocivo è l’atteggiamento di chi ignora totalmente ciò che ha passato, le esperienze vissute, perchè esse, come già detto, definiscono chi siamo; mentire su chi si è stati a sé e agli altri non costruisce nulla se non un castello di carte prossimo a capitolare.

La via più giusta è quindi la seconda: abbracciare il proprio passato, consapevoli di aver incontrato determinate persone e vissuto esperienze uniche, ma con la speranza e la determinazione che domani sarà meglio e sarà un giorno memorabile. Per arrivare alla fine e, valutando quel che resta del giorno, essere sereni con sé stessi.

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