• sabato , 20 Luglio 2019

“Il grande Torino era come un bel vaso”

Nel pomeriggio del 4 Maggio, invece che nella Basilica di Superga, il popolo Granata si è riunito a celebrare la Santa Messa nella Cattedrale di Torino presieduta da don Riccardo Robella, padre spirituale della squadra e parroco granata, a cui abbiamo posto alcune domande.

Cosa vuol dire essere del Toro?  “Essere del Toro in realtà non è una scelta, ma è nato tutto quando ero bambino e il mio papà mi ha parlato del Toro. E parlandomi del Toro mi ha fatto innamorare di questa squadra, allora uno scopre che non è solo il calcio, ma c’è qualcosa di più, un mondo molto più grande, molto più ampio, fatto di persone, fatto di situazioni, fatto di storia, per questo, secondo me, uno è del Toro”.

Com’è  essere il successore di Don Aldo Rabino? “È una responsabilità,  Don Aldo è stato un grande prete e un grande cappellano, allora a un certo punto dover prendere in mano tutta questa cosa fa un po’ tremare le gambe, però è un servizio bello che va fatto”.

Come vive questo 70º anniversario da tifoso e allo stesso tempo padre spirituale? “Lo vivo un po’ insieme, le due cose viaggiano parallelamente, da tifoso come tutti i tifosi, come chi sente un amore grande per i ragazzi; come padre spirituale invece, direi come chi ha il compito di richiamare alcune cose fondamentali di questi settant’anni, ecco direi che è questo! Quando uno ha una responsabilità allora la responsabilità è anche quella del dire ok, adesso diamo una strada”.

Cosa possono ancora insegnarci i giocatori del Grande Torino? “Possono insegnarci tante cose.  Intanto che non erano dei multimiliardari; erano gente che oltre a giocare a calcio lavorava, quasi tutti avevano un’altra attività. Ci insegnano due cose fondamentali: primo che il lavoro ben fatto aiuta sempre e secondo che l’unità, perché quella era una squadra di persone unite, che si volevano bene, è quello che serve ad ottenere grandi cose aldilà del risultati sportivi, anche costruire delle cose belle”.

Che cosa possono trasmettere ai giovani d’oggi i giocatori del grande Torino, sia ai giovani del toro che i giovani del mondo? “A essere innanzitutto uomini, penso che sia la cosa più importante, prima ancora che essere calciatori, prima ancora che essere personaggi, erano persone, erano uomini. Ecco imparare che c’è un  momento nel quale si diventa anche adulti, anche giocando a calcio”.

Alle 15.30 è iniziata la celebrazione dove Don Riccardo, rivolgendosi a tutti i presenti, durante l’omelia ha ricordato che Il Grande Torino era come un bel vaso. Chissà cosa c’era dentro. Bel gioco, amicizia, valori grandi. Nel mezzo arriva la tragedia di Superga ed ecco che resta del vaso, di tanta bellezza: cocci, sogno infranto, dolore, lacrime. I cocci non rinascono.  Anche noi non rinasciamo, ma possiamo risorgere diversi da prima, paradossalmente più grandi. I cocci ricevuti possiamo conservarli e portarli nel cuore. Tutto il popolo granata li conserva, i parenti, tutti coloro che hanno pianto. C’è storia, lacrime. Il Toro deve farsi portatore di questi valori. La giornata è continuata dove tutto è iniziato, a Superga. Calciatori e tifosi si sono recati davanti alla lapide e come di consuetudine il capitano ha letto tutti i nomi degli Invincibili.

Come dicono i tifosi commossi: ”Il Grande Torino è solo in trasferta”.

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