• sabato , 31 Ottobre 2020

Quello che gli occhi non vedono

di Carlo Ponti

Siamo un insieme di sensazioni, di sentimenti, di passioni. Lo sono i nostri amici, i nostri parenti e tutti quanti i nostri conoscenti. Ma lo sono anche quelle persone con cui condividiamo un effimero, intenso sguardo, destinato a perire in pochi attimi. C’è giusto il tempo di osservare gli occhi, forse il naso, nel migliore dei casi i capelli.

Eppure in un momento ci appaiono nella testa varie immagini della vita di quella persona: che lavoro faccia, quali interessi abbia, con chi condivida le sue giornate. Tutto questo perché abbiamo rubato un fugace sguardo, e da quell’occhiata abbiamo compilato il nostro identikit ideale. Eppure non ci abbiamo mai parlato, non abbiamo mai discorso dei suoi interessi, della sua storia o di qualunque altro argomento. Perciò la nostra percezione non è solo probabilmente bugiarda, ma è pure ingannata. Ingannata dai pregiudizi con i quali siamo cresciuti, che ci hanno portato, volenti o nolenti, ad essere chi siamo oggi.

Supponiamo di non poter vedere la faccia di quell’individuo. Indossa una felpa nera, una bandana ed il cappello; però sentiamo la voce, un sottile sottofondo che proviene dal basso, quasi impercettibile. Man mano che ci avviciniamo sale ed aumenta il volume, ne comprendiamo le parole. Parla di amore, della sua città, del suo popolo, eppure non si esprime mai su sé  stesso.  Potrebbe essere chiunque, l’ultimo dei miserabili eppure le sue parole sono vere e per questo motivo continuiamo ad ascoltare.

La forza dell’anonimato è semplicemente questo, la condivisione della natura umana. Magari non approviamo lo stile di vita di una persona, o i suoi obiettivi. Magari guardandolo in faccia avremmo paura o forse saremmo solo più attratti. Ma senza la possibilità di conoscerne l’identità  ci rendiamo conto degli innumerevoli punti di contatto, quei sentimenti che sono sempre stati innati nell’animo umano, l’amore, l’amicizia, la gioia ma anche l’odio, l’ostilità e la delusione.

Il premio Nobel Luigi Pirandello racconta perfettamente la forza della non-identità con la litote: “Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi a concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude.” Nel personaggio di Vitangelo Moscarda, in “Uno, nessuno e centomila”, vi è la rappresentazione della necessità di separare sé stessi dall’immagine che gli altri hanno di noi.

Se si volesse fare un profondo tuffo nel passato e cercare l’Anonimo per antonomasia verrebbe in nostro soccorso il padre della letteratura mediterranea Omero, che libero da ogni opinione è riuscito a tramandare e cantare la storia e i sentimenti del suo popolo. Proprio per il fatto che non si conosce l’identità del poeta greco i suoi testi si sono attribuiti una verità inoppugnabile. Se si avesse una qualsivoglia informazione  precisa sull’autore, l’Iliade e l’Odissea assumerebbero un’interpretazione meno libera e meno personale per il lettore. Qualunque persona legga Omero riconduce le parole alla sua esperienza individuale e in tal modo rende oggettivamente vera la poesia.

Oltretutto l’aedo si autoproclama rappresentante della cultura popolare greca. Mette da parte il suo “quis”, la sua identità e così facendo permette all’intero popolo di diventare, seppur in modo indiretto, esso stesso scrittore. Il pubblico, riconoscendosi nei sentimenti dei protagonisti, costruisce la propria verità, la propria storia.Oggi stesso è possibile rivivere questo fenomeno nel mondo dell’arte. Basti pensare a Bansky, uno dei più famosi writer del mondo, o a Burial, cantante londinese che attraverso la sua musica ha raccontato per quattro anni nell’anonimato la vita nella metropoli inglese. Persino in Italia esiste un fenomeno pressoché uguale. Il suo nome d’arte è Liberato e con le sue canzoni dai temi ricorrenti, quali l’amore maledetto, la rivalsa sociale e soprattutto la relazione di amore-odio con la città natale, Napoli, permette ad ogni ascoltatore di essere partecipe se non protagonista delle sue storie.

L’anonimato, in qualsiasi forma d’arte permette l’abbattimento di quella barriera insormontabile di preconcetti. Essi infatti, per l’educazione ricevuta da piccoli o per qualunque altra ragione, non possono scomparire ed esisteranno per sempre come una grossa catena al piede. Eppure grazie alla non-identità dell’artista possiamo apprezzare fino in fondo una storia, che secondo Elena Ferrante, scrittrice anonima anch’essa, è un “organismo autosufficiente”. Un organismo in grado di farsi apprezzare, di essere letto o ascoltato ma soprattutto di essere tramandato nei secoli.

La curiosità delle persone che si sono più volte spinte tanto lontano da provare a “smascherare” gli artisti può sembrare di primo acchito un ampliamento della conoscenza di una forma d’arte ma in realtà ne diventa paradossalmente la limitazione più grande. Condiziona una delle più potenti libertà dell’essere umano, l’immaginazione.

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