• martedì , 27 Ottobre 2020

La medicina, un ponte tra scienza e religione

La vita ci viene affidata e i medici ne sono i servitori”.

Queste parole di Papa Francesco, riportate dal giornalista Salvatore Cernuzio in un articolo della Stampa, evidenziano il grande valore della vita e  il ruolo di un medico come anello comunicante tra due discipline molto diverse: la religione e la scienza. Queste, sono da sempre considerate due strade opposte, per giustificare gli avvenimenti più inusuali che avvengono nella vita di un uomo.

Il termine scienza deriva dal participio presente latino del verbo scire che significa “sapere”. Non è dunque un caso che gli esponenti di tale disciplina, quale la medicina, siano detti anche dottori (titolo accademico, che per antonomasia definisce tutti coloro che abbiano raggiunto il più elevato grado di istruzione); il termine, altresì latino deriva da doceo, insegnare, informare. I dottori sono dunque coloro che hanno abbastanza conoscenza da poterla trasmettere al prossimo, esattamente come professava Ippocrate nell’omonimo, antico, giuramento.

Il giuramento di Ippocrate

Ma per poter trasmettere è necessario un dialogo, uno scambio di messaggi, che secondo Papa Francesco, costituiscono la vera cura per ogni malattia. La capacità di ascolto è inevitabile in un mestiere tanto delicato, esattamente come l’osservazione e la discrezione; per questo la medicina potrebbe essere identificata come arte, perché è in grado di trasmettere emozioni esattamente come farebbe un quadro o una statua, ovviamente secondo criteri ben diversi.

E’ intrinseca nell’uomo, la credenza che la scienza si basi solo sul dato fisico, sull’esperienza materiale, su ciò che può essere analizzato e studiato, sebbene nel mondo antico la scienza medica si fondasse su ben altro: riti, offerte, sogni. E’ arduo credere che la medicina, adesso sempre più sviluppata, e caratterizzata da strumenti all’avanguardia, un tempo di basasse sulla pura credenza. Eppure è così. Inizialmente l’arte medica era in mano ai leader spirituali, che con la religione davano una giustificazione alle malattie che si abbattevano  su una comunità. Così avveniva all’epoca dei greci, che sacrificavano un gallo ad Asclepio, dio della medicina, in seguito a guarigioni. Col passare dei secoli la medicina si è sempre più sviluppata, allontanandosi profondamente dalla Chiesa, per essere più fedele a prove tangibili che potessero giovare realmente alla salute del paziente, ma ne è sempre rimasta condizionata.Può essere considerata una nuova torre di Babele che punta ad allontanare la morte, a raggiungere una sorta di immortalità, ad arrivare a  Dio.

La torre di Babele

Mai i medici devono però pensare di essere altro che uomini, perché altro non sono; possono credersi i muratori della torre, o come sostiene Papa Francesco, dei servitori, che possono avere in mano il più grande dono che si possa ricevere , ma di cui mai possono essere padroni. Non devono credersi Dio per aver salvato una vita, quanto invece seguaci di Cristo per aver seguito le sue orme, per  aver fatto come Gesù, a cui non importava che fosse lunedì martedì o sabato, si dedicava comunque a zoppi o lebbrosi, venendo giudicato e condannato. Non hanno il diritto di decidere di una vita, che sia di un anziano, di un ragazzo, di una donna o di un feto, devono tutelarla; come diceva Ippocrate:

La natura è il medico delle malattie; il medico deve solo seguirne gli insegnamenti.

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