• mercoledì , 28 Ottobre 2020

La canapa contesa

di Beatrice Mattioli

Approvando una legge con validità retroattiva, la Corte di Cassazione ha portato un grave danno economico a tutti coloro che hanno deciso di investire soldi, tempo ed energie nel settore della canapa legale.

Chi ha aperto un’attività di rivendita di cannabis infatti ha realmente creduto di contribuire allo sviluppo economico, ma soprattutto sociale del paese. Effettivamente, grazie ai canapa shop, era stato possibile garantire un posto di lavoro a diecimila persone con un incremento economico pari a 150 milioni di euro e tre ettari di terreno coltivato. Ma non solo. La signora G. Berti è la proprietaria di un negozio, in provincia di Bologna, che vende derivati della canapa. L’esercente afferma, in un’intervista rilasciata e pubblicata sulla piattaforma digitale di “Fanpage”, di aver aiutato attraverso il suo negozio anche persone con dipendenze da alcol e cocaina, sostanze stupefacenti assai più dannose dei fiori light. I due si erano avvalsi della cannabis legale light per completare il percorso di disintossicazione.

La signora, nel video, espone poi i motivi per cui ha deciso di querelare il ministro Salvini con l’accusa di diffamazione. L’otto maggio 2019, infatti, il vicepremier della Lega aveva condannato gli smart shop come luoghi di “diseducazione di massa” e di “incentivo all’uso e allo spaccio di sostanze stupefacenti”. Sentendosi offesa da queste parole, la commerciante ha precisato che se i negozianti sono spacciatori, anche lo Stato lo è, in quanto l’IVA su questi prodotti è imposta al 22%. La donna testimonia che molti giovani, anche minorenni, sono entrati nel negozio non tanto per acquistare infiorescenze di canapa legale, ma per chiedere informazioni. Questo fatto è da considerarsi positivo, poiché i ragazzi ritengono questi negozi un punto per ottenere informazioni che spesso non ricevono né dalle famiglie, né dalla scuola.

I dati parlano chiaro: l’odierna gioventù alla marijuana preferisce di gran lunga le droghe sintetiche; i pochi che, invece, restano assidui consumatori, ora, impossibilitati a fumare l’easyjoint, si trovano costretti ad affidarsi allo spacciatore di fiducia, alimentando così la malavita e la circolazione di “denaro in nero”. 

Nel dicembre 2016 è stata approvata la legge 242, che permetteva la produzione e il commercio della cannabis legale light, cioè cannabis con un principio attivo inferiore allo 0,6%. Lo stato aveva mostrato, in questa circostanza, un forte segno di progresso. Con l’approvazione della vendita legale della cannabis, infatti, l’Italia aveva parzialmente tolto il monopolio di questa sostanza alla mafia, indebolendola fortemente. In realtà il monopolio statale è sovrano solo per quanto riguarda la cannabis terapeutica. La normativa aveva inoltre quasi annullato il rischio di danni collaterali dovuti all’errato “taglio” della sostanza. Soprattutto, però, aveva avvicinato l’Italia agli altri paesi Europei e non, in cui la cannabis era già stata legalizzata da parecchi anni. La chiusura di questi punti vendita ha indubbiamente evidenziato una regressione del nostro paese e una profonda ipocrisia proveniente dai vertici. Questa decisione, oltre a mettere in difficoltà gli investitori del settore, in particolare i negozianti, ha danneggiato anche i consumatori. La canapa industriale non è uno stupefacente, ma una pianta industriale e un prodotto agricolo. Tanto è vero che tra i prodotti derivati da questo particolare tipo di canapa eccellono medicine, alimenti e cosmetici. Molte persone con disturbi psichici, depressione o particolari malattie, si sono avvalse della cannabis legale per migliorare le proprie situazioni cliniche.

Prima che i giudici si ritrovassero il penultimo giorno di maggio a discutere di questo argomento, il governo gialloverde aveva già mostrato sintomi di una spaccatura a metà. Il ministro della salute Giulia Grillo aveva assicurato che non ci sarebbe stata la chiusura dei canapa shop, casomai una regolamentazione. Il vicepremier Matteo Salvini, invece, aveva espresso la sua determinazione nel voler chiudere i negozi uno ad uno a costo di far cadere il governo.

Dal 30 maggio 2019, su decisione ultima della Corte di Cassazione, gli utenti saranno costretti a consumare quella illegale.

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