• martedì , 17 Settembre 2019

Vent’anni di musica

di Giovanni Tosetto

Tim Cook (l’amministratore delegato di Apple) ha annunciato lunedì 3 giugno 2019 la fine di iTunes, quel software che nel 2008 fece schizzare le vendite degli iPod, già introdotti sul mercato da Steve Jobs nel 2001. Ma questo è stato solo l’ultimo passo della rivoluzione della diffusione della musica negli ultimi vent’anni.

Infatti la storia della musica online inizia nel 1999 quando venne introdotto Napster, un software che permetteva di scaricare file MP3 dai computer collegati in rete. Ma il 2001 fu l’anno che sconvolse tutto: Napster, definito illegale, venne chiuso; così Steve Jobs presentò al mondo iTunes e l’iPod. Il primo, come già accennato, era il software che serviva a copiare la musica dai CD sul Mac, registrare CD personalizzati e a trasferire poi le canzoni sull’ iPod, il lettore musicale della Apple.

Circa due anni dopo, il 28 aprile 2003, debuttò iTunes Music Store: il negozio online dove si potevano scaricare legalmente le canzoni a 99 centesimi l’una o gli interi album al prezzo di 9,99. iTunes dominava sui pochi altri store musicali online perché non era legata a una sola casa discografica ed era semplice da usare. Ma soprattutto perché era un software aperto: era possibile trasferire i brani su più computer, copiarli su iPod o iPhone o persino masterizzarli su CD. Per non parlare della vasta possibilità di scelta che all’inizio era di settecentomila brani, fino poi a diventare di 40 milioni di brani con l’avvento di artisti come gli U2 o Madonna.

Ma fino a questo punto non era molto diverso da come siamo abituati: si continuava ad acquistare una copia solo che era digitale e non fisica come può esserlo un compact disc o un vinile.

Nell’ottobre 2007 la rock-band inglese Radiohead anticipò l’avvento dello streaming: pubblicò l’album “In Rainbows” solo sul suo sito ed ascoltabile con offerta libera (anche pari a zero). Un anno più tardi debuttò in Svezia Spotify, l’ormai affermato colosso della musica streaming, fondato da Daniel Ek. Spotify si legava perfettamente con la mentalità odierna, ovvero quella del non-possedere che quindi rendeva inutile acquistare una propria copia del file MP3 come si faceva per i CD o i vinili. In questo modo la musica, abbandonando il supporto fisico, metteva da parte il possesso per privilegiare l’accesso, diventando così un servizio come altri. Per comprendere meglio l’importanza di Spotify e la rivoluzione che ha portato con sé sono sufficienti questi due dati: 217 milioni di utenti (di cui 100 paganti) e un fatturato pari a circa 4 miliardi di dollari.

Per stare al passo con i tempi l’8 giugno 2015 Tim Cook ha presentato Apple Music, il servizio di streaming musicale dell’azienda di Cupertino.  È evidente perciò che l’industria musicale si è ormai mossa verso lo streaming, lasciandosi alle spalle l’era del download digitale.

Si potrebbe dire che da quando la musica ha abbandonato il vinile abbia perso fascino ed anche il suono sia cambiato (forse in peggio), ma come tutto ciò che ci circonda ha avvertito lo scorrere del tempo e si è evoluta verso qualcosa che la società attuale richiede. Infatti il valore universale della musica spinge l’uomo a ricercare nuovi modi per renderla più facilmente ascoltabile e accessibile a chiunque.

Però se c’è un aspetto che la musica non deve e non dovrà mai cambiare è quello di trasmettere emozioni in grado di farci sentire in intimità nei momenti più difficili o farci sentire pieni di gioia nei momenti di festa perché la musica è energia.

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