• mercoledì , 21 Agosto 2019

Quando non servono le parole

di Cecilia Vergnano

Certe cose si possono dire con le parole, altre con i movimenti. Ci sono anche dei momenti in cui si rimane senza parole, completamente perduti e disorientati, non si sa più che cosa fare. A questo punto comincia la danza, e per motivi del tutto diversi dalla vanità. Non per dimostrare che i danzatori sanno fare qualcosa che uno spettatore non sa fare. Si deve trovare un linguaggio – con parole, con immagini, atmosfere – che faccia intuire qualcosa che esiste in noi da sempre”. Queste le parole di Pina Bausch, coreografa, ballerina e insegnate tedesca che ha dato vita ad una nuova forma artistica, il Tanztheater ovvero il Teatrodanza. Nel 1973 Pina inventa questa disciplina che pone al centro l’espressione corporea, fondando il Tanztheater Wuppertal  Pina Bausch.

I principali ingredienti di questa arte sono la ripetizione di gesti e allo stesso tempo l’improvvisazione: è un genere tutt’altro che facile da praticare. I ballerini devono essere affiatati e in grado di collaborare per creare figure e coreografie interessanti. Inoltre ogni ballerino è obbligato a mettersi in gioco per esprimere qualcosa; infatti Pina afferma che il suo lavoro è come “un unico, grande pezzo, che nasce a partire dalle domande che più ci premono”. A ogni ballerino vengono infatti richieste abilità fisica e volontà di mettere una parte di sé in ogni brano; la Bausch spiega inoltre in un’intervista che prima di ballare, è solita porre agli interpreti delle domande alle quali rispondere con la voce o con il corpo durante l’esibizione.

Le prime opere sono ispirate a capolavori artistici, letterari e teatrali in cui si affronta una critica della società consumistica mentre le opere più mature sono dedicate per l’appunto alla visione intima della coreografa e dei danzatori. La danza quindi viene utilizzata come mezzo dai ballerini per raccontare i propri sentimenti e le proprie emozioni, che risulta così agli occhi dello spettatore una persona reale.

Un’ulteriore caratteristica di quest’arte è l’interazione tra i ballerini e la molteplicità di materiali presenti sulla scena: dalle sedie (utilizzate in Cafè Müller, uno dei suoi spettacoli più celebri) all’acqua e alla terra (come ne La sacre du printemps). Il palco, gli oggetti, i colori e tutto ciò che c’è in scena fanno parte del pezzo e della coreografia.

Il tratto distintivo di Pina Bausch era la sigaretta perennemente tra le labbra che la portarono ad ammalarsi di cancro e nel 2009 purtroppo morì, all’età di 68 anni. Quest’anno, nella ricorrenza dei dieci anni dalla sua morte, sono stati portati nuovamente in scena alcune delle sue più grandi opere. A Siracusa, per esempio, si sono tenuti gli spettacoli di Ifigenia in Tauride e Orfeo ed Euridice, nell’evento intitolato Il mito greco nelle Tanzoper di Pina Bausch.

Nel 2011 Wim Wenders ha raccolto nel film Pina quello che vuole dire il Teatrodanza: amore, gioia, disperazione, vita, libertà, dolore, bellezza e molto altro. Non è solo una forma artistica ma anche un modo di esprimersi; tutti hanno qualcosa da dire e grazie a questa disciplina non si è obbligati a mettere insieme un discorso, quello che si vuole esprimere viene fuori e basta, seguendo quello che la musica dice al nostro cuore e al nostro corpo.
Il Teatrodanza è questo: parte la musica; ci siete tu e il palco. Puoi stare fermo, puoi ballare, puoi correre, puoi urlare, puoi fare quello che ti senti, non ci sono vincoli: l’unico limite è la tua immaginazione.

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