• mercoledì , 21 Agosto 2019

L’Arma bianca

di Giovanni Ricci

Cronaca nera. In questi giorni estivi non si può non essere investiti da un’assillante pressione mediatica, orbitante, letteralmente, attorno alla vicenda del vice brigadiere Mario Cerciello Rega, assassinato nel cuore di un’afosa serata romana, la quale, di drammatico per sé non avrebbe nulla. Ordinaria, sarebbe dovuta essere, l’azione svolta dalle forze dell’ordine, che nell’occultamento e nella torbidità dei fatti, si trovano, ora, all’epilogo di un dramma diplomatico contorto, che in principio prendeva la forma di una piccola operazione antidroga di quartiere.

Di ordinario e comune questa vicenda non ha più nulla. Il carabiniere è morto, vittima di una imprevedibile reazione bestiale di un ragazzo americano, ora imputato assieme ad un suo compagno presente anch’egli all’ora del misfatto.

Per apprendere appieno il male presente nell’intera storia non ci si può soffermare al lutto per la morte della vittima, si deve oltrepassare la strumentalizzazione politica dell’episodio; c’è chi è trasalito, poche ore dopo l’annuncio della notizia, inveendo contro due presunti “maghrebini”, rivelatisi poi due ragazzi americani, solo per appellarsi al dibattito sull’immigrazione. Si deve superare anche più la pruriginosa e ossessionata sete di informazioni dei giornalisti le cui miriadi di notizie non fanno che alimentare un eccessivo turbine mediatico sui social, che porta solo ad alimentare dibattiti pieni di odio da parte dei meno informati.  Tutti questi fattori portano ad una mancanza di chiarezza e trasparenza, una condizione essenziale per cercare la verità. Una verità che è spesso invocata in nome di tanti personaggi al centro casi nazionali ed Internazionali, coinvolgenti la Giustizia Italiana e che dopo tanta copertura mediatica non hanno ancora una soluzione: il caso Regeni e il caso Cucchi per citarne alcuni.

La stessa ricostruzione della dinamica dell’incidente lascia dubbi e ombre su alcuni personaggi della vicenda. A differenza di altri casi internazionali tristemente noti in cui la nostra Giustizia fu succube delle influenze diplomatiche attuate dagli Stati Uniti, come la crisi di Sigonella e il caso Knox, questa volta non ci potrebbero essere organi terzi ad intervenire, data la confessione dell’assassino. Tuttavia ci sono incognite su coloro che sono stati coinvolti nella collaborazione con i Carabinieri, e sulle circostanze per cui il vicebrigadiere si sia trovato così sprovvisto in balìa dei malviventi. Da quanto traspare dalle discordanti dichiarazioni delle Forze dell’ordine, esse stesse non hanno probabilmente avuto il pieno controllo delle azioni e tantomeno riscontri positivi alle loro inchieste interne.

Il presupposto per trovare una vera giustizia, il cui nome è spesso abusato per rappresentare ogni tipo di violenza tra cui la vendetta, deve essere biunivoco. La coerenza deve essere già presente in chi indaga, solo così si può trovare verità nelle indagini. Infine sarebbe necessaria  correttezza da parte di una nazione straniera, che spesso difficilmente ha saputo associare alla “tutela dei propri cittadini” il concetto di “uguaglianza di fronte alla legge”.

Giustizia. Essa non si realizza solo nella conclusione di un caso di cronaca nera e nell’arresto di due malviventi. Sta nella risposta concreta ad un dramma costituito dagli occhi insensibili e freddi di due uomini che non danno segno di pentirsi, che per la droga, combattuta da Mario tutta la vita, non realizza la gravità di un omicidio.

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