• domenica , 15 Dicembre 2019

Verdi oltre il nero

di Giulia Grasso

Lo scorso 26 Luglio su uno dei palcoscenici più importanti d’Italia come quello dell’Arena di Verona, la soprano Tamara Wilson si è rifiutata di entrare in scena.

Il motivo spiegato con un post sui social: “Non voglio truccarmi di nero”

L’artista a poche ore di distanza dall’ottava recita della celeberrima Aida di Giuseppe Verdi rappresentata in Arena, ha comunicato ai propri followers di non voler esibirsi poiché, a parer suo, il trucco applicato sulla propria pelle al fine di farla somigliare a quella della protagonista dell’opera, sarebbe stato razzista.

Il personaggio in questione è appunto Aida, una principessa etiope schiava degli Egizi, che per la rappresentazione esige un make – up su volto e braccia a base di un fondotinta molto scuro.

Una pratica comunemente utilizzata in molti spettacoli di questo genere e che, oltretutto, non aveva mai dato problemi sia nelle 706 volte in cui l’opera è stata messa in scena finora, sia domenica 21 e mercoledì 24 Luglio quando proprio la stessa Wilson era salita sul palcoscenico con questo tipo di trucco.

Viene quindi naturale chiedersi il perché di tanta indignazione improvvisa da parte della stessa soprano che aveva già per ben due volte questo mese interpretato il personaggio femminile in maniera “standard” secondo gli usi della tradizione lirica.

Il motivo quasi sicuramente ha radici antiche nella storia americana, in quanto la pratica razzista della “blackface”, ovvero appunto dipingere la pelle delle attrici bianche di nero, rimanda a certi spettacoli molto in voga all’epoca dello schiavismo.

Una protesta che, in un contesto diverso, sarebbe molto comprensibile da parte dell’artista di origini americane, ma che rischia di sembrare inadeguata per una rappresentazione che ha le sue origini prima della corrente culturale razzista in questione; il rischio è quello di privare l’opera di Verdi della sua integrità, ovvero di portare fuori contesto una pratica che in Italia non ha lo stesso significato che assume negli USA e che viene usata dal 1871 quando per la prima volta il 24 Dicembre l’Aida è stata rappresentata a Teatro.

La soluzione sta nel vedere con occhi della modernità un’opera che, concepita più di un secolo fa, non ha lo scopo di istruire o di comunicare un messaggio di “razzismo istituzionalizzato” come lo ha definito la stessa interprete, piuttosto ha come fine quello di stupire con le proprie musiche meravigliose e cori stupefacenti.

Lo sbaglio sta nel voler a tutti i costi sollevare una questione delicata come il razzismo, soprattutto al giorno d’oggi all’interno nella penisola italiana, tanto da ostinarsi a parlarne e soprattutto vederlo, anche dove non è necessario, perfino laddove la storia esige rispetto in una forma d’arte così rappresentativa nella storia del nostro paese.

Occorre quindi distinguere le situazioni, ovvero cercare di capire quando questi principi contro ogni forma di discriminazione razziale  vadano difesi in maniera ferma e decisa, e quando invece le stesse affermazioni rischino di sembrare inadeguate, fuori contesto come per l’appunto sembra essere accaduto in questo caso in cui le parole della cantante americana rischiano di apparire come eccessive e non curanti della storia lirica italiana, sicuramente ben conosciuta dall’interprete.

Ciò che fa parte del patrimonio culturale comune a tutti i cittadini va difeso, occorre imparare quando imporsi nel far valere una posizione nell’interesse della difesa della diversità e quando invece semplicemente far parlare l’arte e cercare di onorarla con intelligenza nel capire che certe ideologie devono essere sepolte.

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