• martedì , 22 Ottobre 2019

Non è mai una buona morte

di Verdiana Parisi

E’ sempre vivo il dibattito sul suicidio assistito, e quindi di conseguenza anche sull’eutanasia. Non solo si discute se legalizzarlo o meno ma si cerca anche di stabilire ed evidenziare alcune distinzioni che lo differenzino dalla “bella morte”.

Ma risulta inutile attaccarsi a tali sottigliezze giuridiche per tentare di distinguerli perché il principio che li muove è lo stesso: porre fine ad un’esistenza. Si tratta in entrambi i casi dell’uccisione di una persona, dell’annientamento di una vita. Ma visto che il dibattito ormai è aperto vediamo di capire questa nuova pratica del “suicidio assistito”.

Il Comitato Nazionale di Bioetica, a proposito della legalizzazione del suicidio assistito, spiega: “Va considerato che discorso morale e discorso giuridico non devono necessariamente coincidere”. Il problema è proprio questo: le posizioni etiche e le posizioni giuridiche sono troppo distanti fra loro.

L’uomo ha la possibilità di uccidersi, certo, ma affinché uccidersi sia un diritto è necessario che sia anche un bene. Perché, come sosteneva Platone, le leggi sono una concreta possibilità per l’uomo di seguire il bene, devono avere perciò una particolare attenzione dell’individuo, tenere conto della natura dell’uomo e rispettare la sua coscienza. Solo così ci potrà essere armonia tra le leggi dello stato e le leggi della natura.

La legge e lo Stato dovrebbero stare dalla parte della vita e difenderla; invece oggi sembra che la vita si debba difendere prima di tutto dalle leggi stesse e dallo Stato. L’uomo legifera sul bene della collettività per la crescita e l’ordine delle cose, a volte il diritto enfatizzato ed estremizzato può però portare all’opposto, cioè anziché tutelare la vita dell’uomo può disporre che la sua tutela sia la morte (come ad esempio il caso Charlie Gard nel 2017 e Alfie Evans nel 2018).  

“La legittimazione del suicidio assistito rappresenta un vulnus al principio secondo il quale il compito primario del medico sia l’assoluto rispetto della vita del paziente e l’agevolare la morte segna una trasformazione inaccettabile del paradigma del curare e del prendersi cura”. Come fa a poter entrare in vigore il diritto di potersi uccidere con la complicità dei medici se il principio essenziale della medicina è da sempre quello di difendere una vita umana? Perché il medico gioca un ruolo fondamentale che si tratti di eutanasia o di suicidio assistito. Nonostante il suo compito sia sempre stato quello della difesa della vita la medicina è disposta a compiere un atto simile.

Tutto ciò dipende da come viene considerata la gratuità dell’esistenza: un dono, e allora si combatte per essa, o un’assurdità, e allora ci si arrende. In fondo il suicidio altro non è che un’arresa alla vita. Se si decide di combattere ma il paziente non ha gli strumenti per farlo intervengono i parenti e gli amici che gli sono vicini, così come dovrebbero fare le istituzioni, nella salvaguardia del bene prezioso della vita.

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