• martedì , 17 Settembre 2019

Volgersi

di Carlo Ponti

“Il diverso fa paura”, “il problema dell’accettazione del diverso”, “ il diverso repulso” e tanti altri slogan come questi si sono fatti largo nella società a livello politico ma anche culturale. Queste frasi fatte, non ragionate si potrebbero definire anche come moderne (se nella società globalizzata qualche manciata di mesi è ancora modernità) rispetto ai secoli di storia precedente che hanno visto filosofi, scrittori e altre illustre personalità ragionare su cosa veramente il diverso sia e che effetto faccia sull’essere umano.

L’aggettivo “diverso” deriva del latino diversus, unione delle parole di(s) e vertere ovvero “volgere”. Allora la parola non assume più significato di qualcosa che trasborda dalla condizione considerata normale, di insolita, bizzarra, ma di qualcosa che guarda in una direzione opposta a  quella che guardiamo noi, che si volge verso un altro orizzonte, ad altri scopi, verso nuovi obiettivi.

Se assumiamo questa definizione di “diverso” non solo non c’è più motivo di temere ciò che non cammina nella nostra direzione ma anzi prevale la curiosità che ci porta ad ammirare ed essere attratti verso nuovi confini, inesplorati dai nostri occhi. Furono i filosofi naturalisti dell’antica Grecia a teorizzare più di due millenni or sono come gli opposti, diversi per eccellenza, abbiano bisogno di coesistere per esistere e che addirittura ci sia una tensione fra di loro che permette la vita stessa.

 Senza allontanarsi troppo viene in soccorso alla teoria dell’attrazione dei diversi una intera pagina della storia della letteratura che ha visto come protagonisti Stevenson con “L’isola del tesoro” scritto a fine del XIX secolo e in Italia il suo contemporaneo Emilio Salgari, il quale compose “Il corsaro nero”. Entrambi i romanzi ovviamente d’avventura condividono l’umana passione per la scoperta di luoghi esotici, particolari e appunto diversi. I protagonisti non sono spaventati dalle nuove scoperte e dai nuovi incontri, tutto al contrario sono ben ansiosi di conoscere con i sensi ciò che hanno solo potuto saggiare con la mente.

Allo stesso modo oggigiorno nella società della globalizzazione i media e i social sono gremiti di immagini di luoghi diversi da quelli che siamo abituati a vedere perché ne siamo appunto attratti e ne chiediamo assetati sempre di più. Se l’uomo ne fosse spaventato e provasse istintivamente un senso di repulsione nei confronti di ciò che non conosce, allora non ci sarebbero molte delle scoperte scientifiche raggiunte finora, non sarebbero ancora state solcate le fertili terre dell’America né tantomeno dell’Australia e con ogni probabilità l’uomo non vorrebbe andare nello spazio.

La credenza che il “diverso faccia paura” allora non è nient’altro che la giustificazione di qualcosa che per necessità o poca virtù non si riesce o non si vuole giustificare. D’altronde una frase del genere per essere assunta come vera non presuppone alcun tipo di ragionamento. Dal momento che non si riesce a spiegare ciò da cui si è attratti e di cui magari si vorrebbe fare parte, condividerne gli orizzonti, allora si inizia ad odiare, a rendere temibile agli occhi degli altri, continuando però ad esserne affascinati.

Perciò l’uomo deve voltare lo sguardo verso ciò che il cuore gli chiede di vedere. Deve seguire il suo istinto più naturale e scoprire lo sconosciuto perché in questo modo può essere libero. Deve smettere di guardare i propri piedi e pensare che non ci sia altro bensì alzare la testa, ammirare il paesaggio e poi magari girarsi e notare che ci sono ancora ulteriori vedute. Iniziare a  camminare finché non pensa di aver avuto esperienza di tutto. A quel punto divergere, guardare un altro orizzonte ancora.

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