• martedì , 17 Settembre 2019

I am the Revolution

Tre storie di donne impegnate per affermare i propri diritti in Afghanistan, Siria e Iraq vengono raccontate nel documentario realizzato da Benedetta Argentieri, giornalista indipendente e reporter di guerra: “Quando mi chiedono com’è essere una donna al fronte non riesco a capire perché ci sia sempre una disparità nella narrazione tra una donna e un uomo che sceglie, consapevolmente, di andare in una zona di guerra, come purtroppo dimostrata il dibattito italiano su Silvia Romano, a cui dedico un pensiero”.

Selay Ghaffar, Rojda Felat e Yanar Mohammed, sono tre donne rivoluzionarie che combattono una guerra quotidiana per la libertà e l’uguaglianza di genere. La loro storia, è quella di tre “rivoluzioni” e battaglie diverse per contesto – rivoluzione politica in Afghanistan, armata in Siria e attivismo di base in Iraq – ma simili per coraggio e determinazione.

Una delle tre donne, Yanar, nella sua vita precedente era un architetto e per un certo periodo ha vissuto in Canada. Quando ha saputo che la situazione a Baghdad era degenerata e che le donne venivano rapite per strada e che l’Iraq era in preda ai terroristi, ha deciso di tornare a casa e nel 2003 ha fondato l’Organization of Women’s Freedom in Iraq (Owfi), che oggi presiede. La sua organizzazione collabora con il Worker-Comunist Party iracheno e si occupa di difendere i diritti delle donne mettendo a disposizione degli housing centers. Illegale in Iraq ma riconosciuta dall’Onu, l’Owfi aiuta le donne a fuggire da diverse forme di abusi, inclusi il traffico sessuale, il delitto d’onore, i matrimoni forzati, e negli ultimi 15 anni è riuscita a salvare almeno 500 donne.

Yanar Mohammed

“Nei nostri rifugi le persone possono ricominciare da capo”. Le attiviste dell’Owfi sono determinate a costruire la propria realizzazione personale, ma per loro ricominciare vuol dire prima di tutto affermare e trasmettere un diritto, portando quello che hanno imparato ad altre donne per renderle più forti. Collaborano alla pari con molti uomini, scendono in piazza e urlano per la libertà e per far capire che emarginare le donne è sbagliato. “A volte – dice Yanar – cresci in un posto e pensi che l’oppressione delle donne sia per sempre. Poi realizzi che no, non dovrebbe essere così”.

La situazione politico-sociale in Afghanistan, Siria e Iraq è profondamente pericolosa per le donne che si trovano lontane anni luce da quelli che per noi sono situazioni normali, in cui una donna non deve temere costantemente di essere forzata a sposarsi o non vive quella preoccupazione di essere un semplice oggetto per l’uomo. In un mondo di chiusura mentale, in cui il maschilismo ha la meglio, per una donna non si parla di vivere ma di sopravvivere.

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