• venerdì , 15 Novembre 2019

“La storia di un bambino con un grande dono”

di Cecilia Blunda e Valentina Breda

A volte non ci rendiamo conto di ciò che le persone portino con sè e quanto alcune esperienze lascino impronte, più o meno profonde, nella vita di ognuno. Tra i vissuti che nascondono storie diverse dal comune, spicca quella di un giovane sacerdote che a Valsalice conosciamo bene, don Jimmy Jean Muhaturukundo.

Se la sua vita potesse essere scritta in un romanzo, come sarebbe l’inizio di questo ipotetico libro?

La storia inizierebbe in una terra ricca di sole, di vita, di verde, dove gli animali corrono nelle praterie; in lontananza dei canti e un pianto sussurrato, un bimbo che nasce.

Sono nato in un piccolo villaggio del Ruanda, Paese molto povero dell’Africa centrale. Ho perso mio padre all’età di circa tre anni e per questo conservo di lui un vago ricordo.

Come continuerebbe?

All’età di sei anni mia mamma, mi affida al missionario Don Minghetti, per farmi studiare. Vivo nella casa missionaria giorno e notte, dal lunedì alla domenica con altri bambini. Solo anni dopo ho capito quanto le sia costato poter darmi un futuro e un’istruzione.

La storia inizia a cambiare quando nel 1993 scoppia una guerra civile tra i popoli locali Hutu e Tutsi. Questo terribile scontro devasta il Ruanda con frequenti massacri e uccisioni di civili.

Molte persone si nascondono nella nostra casa, ma nonostante questo vengono trovate. A questo proposito ricordo la sera in cui dei guerriglieri entrarono armati e minacciarono Padre Minghetti con un fucile: se non avesse consegnato loro tutti i rifugiati, lo avrebbero ucciso. Ora, io sono qui che vi racconto questo e Padre Minghetti è vivo. Non so come, ma lo ritengo un vero e proprio miracolo: Dio, per vie e motivi che conosce solo lui, si mostra sempre chiaramente.

Cosa l’ha colpito di più di questo episodio?

Mi ha toccato in particolare il fatto che un uomo, che tutto sommato non era mio padre, con una lingua e un colore di pelle diversi, stesse davanti ad un fucile, pronto ad essere ucciso pur di salvare la mia vita e quella dei miei compagni.

Cosa è successo dopo?

La sera stessa i miei compagni mi svegliarono e, pensando che fosse un gioco notturno, lasciai tutto così com’era e scoprii che un pullman ci aspettava. Senza troppi pensieri, salii con gli altri in un lungo viaggio verso l’Italia. Durante il percorso si aggiunsero sempre più persone, tanto che da 30 si arrivò a 130 passeggeri.

Arrivati a Roma, ci visitarono e dopo varie formalità cominciai una nuova vita a Vercelli, dove mi adottò una famiglia e dopo la scuola, studiai all’università.  

Quando è arrivato in Italia, come è riuscito ad ambientarsi?

In realtà è stato un processo piuttosto naturale, nel senso che non ho mai percepito ostilità e il fatto di essere “diverso” non mi è mai pesato; inoltre stando in classe con bambini italiani, imparai la lingua molto velocemente.

Come ha sentito la vocazione?

In genere c’è la convinzione che la chiamata sia una specie di mattone che dall’alto caschi in testa alla persona, ma in realtà non è così. Non si tratta di un momento preciso, ma lo intenderei più come un percorso, come un filo rosso che segna la strada da percorrere.

Ho sicuramente visto la chiamata negli occhi di mia madre, dal suo sorriso, dal mettermi sulle sue ginocchia parlandomi di quel Gesù, che con i suoi miracoli vedevo come un supereroe.

Anche e soprattutto grazie alla figura di Don Minghetti, a cui non solo devo la vita, ma per mezzo del quale mi sono avvicinato alla Chiesa e all’oratorio.

A proposito di Don Minghetti, cosa ha provato la prima volta che l’ha visto?

Inizialmente è stato terribile, ma in senso buono. Era infatti la prima volta che vedevo un uomo bianco; la cosa assurda è che aveva la barba, i capelli e il vestito bianchi e tutto ciò mi spaventò. Era talmente “pallido” rispetto a me che pensai che stesse male.

Un consiglio che vorrebbe darci?

Penso che potrebbe essere interessante cominciare a domandarci, come dice Papa Francesco, “non perchè, ma per chi viviamo”. Se abbiamo qualcuno per cui vivere, la vita prende più gusto. Io credo che anche a piccoli passi si possa incontrare Dio.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo. Potrai visualizzare la lista dei cookies attivi e revocare il consenso collegandoti alla pagina http://ilsalice.liceovalsalice.it/cookie-policy/. Per maggiori informazioni leggi la nostra Cookie Policy.

Chiudi