• sabato , 7 Dicembre 2019

Ambiente e domande

Il Salice ha intervistato il professor Varaldo, facendogli qualche domanda a proposito dell’ambiente e dell’ambientalismo.

Professore, quali sono le sue riflessioni sul Nucleare? E in che modo questo si relaziona con l’ambiente?

Probabilmente la fase storica di investimento ed illusione sul nucleare è finita. Ovviamente ci sono alcuni paesi in primis la Francia, il Giappone e gli Stati Uniti che hanno fatto investimenti a lungo termine che continueranno per una totale emancipazione e dismissione. Però non ci sono più i grandi investimenti di prospettiva da parte di molti stati. Questo è dovuto a due motivi. Il primo perchè il nucleare era stato sopravvalutato dal punto di vista della produzione di energia; infatti produce solo energia  elettrica, ma non per autoveicoli e quindi non sostituisce i combustibili fossili. Il secondo perchè la sicurezza nel funzionamento e lo stoccaggio delle scorie si pensava che sarebbero migliorati col tempo. Mentre invece la sicurezza non c’è mai stata, anzi si sono verificati casi eclatanti come Chernobyl e Fukushima. Per le scorie non si è trovato in nessun luogo del mondo un sito adeguato per lo stoccaggio, quindi sono tuttora mantenute a pagamento da qualche ente privato, anche magari a livello internazionale, che li mantiene con un livello di sicurezza, nel senso di una protezione anche armata del luogo, ma senza essere sicuri di poterle stoccare per i millenni per cui sarebbe necessario. Inoltre le scorie dovrebbero andare in luoghi con delle caratteristiche geologiche molto particolari che non sono mai stati trovati sul pianeta. Quindi la fase nucleare secondo me è passata. Anche perchè per quanto riguarda l’energia elettrica c’è un ampia ricerca in altri settori: eolico, solare termico, idroelettrico, fotovoltaico. Il problema prioritario è quello di progettare dei supporti energetici per i veicoli come aerei, navi, autoveicoli. 

Cosa ha da dire sull’Italia che, pur essendo contro il nucleare, compra questo tipo di energia dalla Francia?

Ci sono molti aspetti che entrano in gioco. L’Italia fece la scelta di investire sulla moda del nucleare. Inoltre aveva delle menti in questo ambito d’eccellenza, come il padre del nucleare Enrico Fermi. Quindi la scuola italiana non è seconda a nessuno nell’impostazione delle idee e delle tecnologie. Quindi aveva predisposto la realizzazione di alcune centrali nucleari, per esempio quella di Trino Vercellese. Poi però l’incidente di Chernobyl cambiò completamente la prospettiva, perchè mostrò al mondo intero che non c’era la sicurezza che era stata annunciata. Quindi tutto fu sottoposto ad una profonda revisione politica che passò anche tramite il quesito referendario che bocciò l’investimento. Quindi da quel momento l’Italia ha seguito una linea diversa con l’abolizione del nucleare. Ora il problema è che l’energia dobbiamo procurarcela, tuttavia abbiamo mille fonti, ma siamo nel mercato e nel mercato se un giorno ci dicono che ci costa meno comprare quello, perchè è un surplus e andrebbe perduto, allora noi non guardiamo in faccia nessuno. D’altronde siamo in una fase di transizione e molte soluzioni momentanee non sono ancora le strade definitive: io stesso possiedo una caldaia a metano che continuo a utilizzare perchè preferisco attendere che nuove tecnologie davvero innovative e sostenibili si affermino sul mercato. Noi ci troviamo vicino alla Francia e nella notte, quando loro hanno un surplus di energia e a noi costerebbe di più produrla, la compriamo da loro a bassissimo costo. Quindi è un fatto puramente economico, ma è una quota piccola, sono solo alcuni punti percentuale. Inoltre c’è un problema di scarsa chiarezza nel comunicare i dati. Infatti le statistiche non dichiaravano mai che il nucleare supportava il nove per cento dell’energia elettrica. Invece dicevano “del fabbisogno energetico”. Questa informazione è sbagliata perchè il consumo di energia elettrica rappresenta poco più del 20% del consumo globale. Pertanto quando anche il nucleare ha prodotto tantissimo, ha prodotto solo il due per cento del fabbisogno energetico globale. Questa riluttanza nel dichiarare i dati in maniera trasparente apre la via a chi vuole fare lo scettico.

Cosa pensa di quella retorica ambientalista che va contro l’utilizzo delle tecnologie, con uno spirito quasi antimodernista? La tecnologia si può utilizzare in relazione con l’ambiente?

Certo, si deve. Infatti le tecnologie sofisticate sono proprio quelle che consentiranno di avere le fonti di energia alternativa. La tecnologia non solo è indispensabile, ma procede nel suo progresso di pari passo con la conoscenza scientifica; quindi pensare di metterle in antagonismo è contro la loro natura. Per esempio gli specchi concavi per intercettare l’energia solare in maniera efficiente sono un insieme di tecnologie chimiche, meccaniche, elettromagnetiche che non sarebbe possibile utilizzare senza un apparato molto sofisticato. Tutta la tecnologia dei prossimi anni avrà un’espansione  notevole verso la ricerca di forme di conservazione e distribuzione dell’energia. Infatti la tecnologia è inscindibile rispetto alla transazione energetica. Anche questo ci porta a sondare il campo da una altro punto di vista. C’è chi dice che gli ambientalisti vogliono una decrescita felice. Questa è una immagine stereotipata. In realtà vogliono solo evitare la crescita e vivere uno sviluppo sostenibile. Nessun organismo o ecosistema cresce indefinitamente in Natura: sarebbe a rischio la sua stessa sopravvivenza. La crescita indefinita è patologica e autodistruttiva per qualsiasi sistema che si può mantenere solo attraverso un equilibrio sempre dinamico, ma non in crescita illimitata. Pertanto qualsiasi sistema sociale, economico, e anche energetico non può avere come punto di riferimento la crescita, ma stabilizzarsi in equilibrio. Lo sviluppo sostenibile è questo, ed è sviluppo perchè dispone della tecnologia. Se essa non ci fosse, l’alternativa allo stile di vita moderno sarebbe effettivamente tornare all’età della pietra. La tecnologia è quindi indispensabile. 

Notiamo una grande disinformazione sul tema. Anche lei?

Tutto è molto confuso. Ma ci sono delle conoscenze ben strutturate. Si tratta solo di studiare, tuttavia si è persa decisamente l’abitudine. Tutti si sentono autorizzati a parlare prima di sapere. Perciò è tutto confuso: il buco dell’ozono e l’effetto serra sono la stessa cosa e via dicendo. Purtroppo veniamo da una fase storica dove dire ecologo o ambientalista era un po’ una forma dispregiativa, mentre dire economista era una grande complimento. Ma la situazione è cambiata. Economia ed Ecologia hanno la stessa radice greca: derivano da oikos che significa casa, ambiente. L’ecologia studia i fatti in maniera scientifica, l’economia programma ciò che si può fare. Infatti l’economia è quella scienza che si occupa di programmare l’utilizzo delle risorse cosiddette scarse, ovvero finite, quindi ammettendo che tutti i beni e le risorse hanno limiti materiali oggettivi. C’è un cambio di approccio. Tuttavia per l’ecologia siamo ancora in una prima fase. Dobbiamo alfabetizzarci molto. Ad esempio c’è già molto interesse per il problema del global warming, ma ci sono altre due questioni ancora più grandi e irreversibili. Infatti se il problema del cambiamento climatico può essere contrastato, anche se ci sembra un’utopia, un problema irreversibile è l’estinzione di specie animali. Il che significa perdita di biodiversità. Secondo problema da cui non possiamo tornare indietro è l’alterazione dei cicli di azoto e fosforo. Questi due elementi immessi nei cicli bio-geochimici hanno alterato gli ecosistemi portando ad un cortocircuito, e noi non possiamo più ricostruire gli ecosistemi. 

Secondo lei quali ragioni hanno portato la politica a trascurare in questi anni il tema dell’ambiente?

Innanzitutto il nostro è un paese povero, culturalmente parlando. Siamo sempre rimasti indietro. Inoltre si è sempre fatta una distinzione tra cultura di serie a e serie b. La prima si occupa di un ambito letterario e filosofico, l’altra si occupa delle cose materiali. La conoscenza della natura, invece, proprio facendo tesoro del sapere antico ha costruito su di esso il fondamento del sapere. Ad esempio le divinità hanno sempre delle origini nelle cose naturali. La conoscenza della natura dovrebbe essere un cardine della formazione culturale di tutti, mentre invece si è sempre fatta quella distinzione, come se gli uni si occupassero delle cose nobili e gli altri fossero solo dei tecnici. E’ dalla scienza che spesso si tirano fuori riflessioni di tipo filosofico. Una persona che ha capito l’espansione del cosmo, o la vita della cellula, ha una percezione diversa della vita, che può portare ad una riflessione filosofica. Prima di tutto bisogna riportare la cultura alla sua interezza, successivamente a cos’è accaduto: le conoscenze scientifiche si sono sviluppate fortemente nel corso del Novecento. E le conoscenze ecologiche sono emerse quando si sono presentati i primi problemi. Si sono formati i primi gruppi di privati e centri università, tra i quali spicca il club di Roma, che nel 1968 ha pubblicato una prima trattazione di tematiche ecologiche. Questo ha commissionato all’MIT di Boston un vero e proprio documento sullo sviluppo sostenibile nei decenni. Il documento è stato pubblicato nel 1972. Quindi era tutto già chiaro. Ad esempio già si conosceva la fine del petrolio. Ma c’erano degli interessi economici alle spalle: questi condizionano tutto dalla rete, alle testate giornalistiche, alle aziende, alla politica, alla formazione scolastica. Questo ha rallentato la diffusione della consapevolezza ambientalista. Il percorso di studio è stato lungo e sotto la tutela di grandi istituzioni. Ma è rimasto un po’ di nicchia per chi l’ha snobbato e sottovalutato. Inoltre c’è un terzo aspetto: l’approccio di tipo provvidenzialista. La provvidenza divina ci aiuterà, ma sulle cose umane solitamente non finisce così. 

Nei dibattiti sulla rete e nella vita quotidiana si vede da parte di molti un inspiegabile scetticismo. Perchè?

Si avverte certamente chi è scettico, chi è polemico, chi cerca la polemica gratuita. Si sbagliano: non torneremo indietro, perchè abbiamo le tecnologie e la conoscenza scientifica del Duemila. Il problema è quantitativo. Diamo qualche numero: nel 1830 c’era un miliardo di persone sul pianeta, nel 1930 c’erano 2 miliardi di persone. Ora siamo 8 miliardi. Questo genera molta confusione. Siamo diventati tanti e abbiamo fatto un uso crescente di qualcosa che non era un problema ma lo è diventato. Quindi è un problema che va affrontato da tanti punti di vista, soprattutto quello economico e sociale. Però ci sono gli strumenti e le conoscenze. Bisogna investire su questo. Quindi per tornare alla domanda, lo scetticismo e il polemicismo sono dovuti ai tre aspetti che ho detto prima: informazione scarsa, interesse personale di tipo economico, atteggiamento provvidenziale. Nel corso dell’ultimo secolo si sono fatte delle scelte. Ad esempio: l’overshoot day, ovvero il giorno in cui finiscono le risorse che servono in un anno. Nel 1970 era il 31 dicembre, perciò tutto ci bastava. Successivamente l’overshoot day si è sempre più spostato fino ad arrivare il ptimo di agosto, quindi in linea teorica avremmo bisogno di una terra e mezza per soddisfare la necessità di risorse. Dagli anni Settanta in poi si è presa la strada del Dio Profitto e si è persa quella dell’equilibrio che era il vero riferimento. 

Cosa ne pensa della retorica del cambiamento parte “dal tuo piccolo”?

Il cambiamento parte dal tuo piccolo ma c’è una struttura economica e politica da rivedere sicuramente. 

Cosa potrebbe fare la scuola per aiutare l’informazione sul tema?

Ci deve essere un’interconnessione di tanti ambiti su questo tipo di sapere. L’ecologia e l’ambiente hanno a che fare con Leopardi, con Aristarco di Samo. Dobbiamo farlo sapere. Se lo facciamo questo può essere fertilizzante per le generazioni future. Inoltre è sempre sano un po’ di scetticismo verso chi vende. Molti sono stati fregati della pubblicità del diesel al prezzo del benzina senza super bollo. Ma poi hanno capito che erano stati suggestionati e hanno una macchina che viene vietata alla circolazione. Allora se la prendono col sistema. Bisognava pensare che il venditore ha in mente il profitto.

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