• sabato , 7 Dicembre 2019

Come la Nuova Zelanda mi ha fatto riscoprire la Vecchia Italia

Ci vuole coraggio per partire: lasciare amici, famiglia e abitudini per un tot di mesi (nel mio caso si parla di quattro), entrando a contatto con persone di una cultura lontana 23 ore di aereo da quella a cui sei sempre stato abituato e sentendoti 11 fusi orari distante da tutte le tue certezze.

Ma la vera prodezza si scopre quando si deve tornare, totalmente cambiati e cresciuti. Bisogna infatti affrontare la gente che ti pensa ancora come eri prima di partire, senza potere spiegare loro appieno le sensazioni che ti attraversano la mente perchè nella tua testa rimbomba la frase “tanto non capiranno, non sanno cosa vuol dire”. Spesso in “noi”, gli Internazionali, nasceva un dubbio, soprattutto quando il momento della partenza stava avanzando come un soldato verso l’esercito nemico: è più difficile costruire una vita per anni e abbandonarla per un numero di mesi, o creare una nuova vita per un numero di mesi e abbandonarla per sempre? Ovviamente nessuno di noi sapeva darsi una risposta e anche adesso che sono tornata “Italiana” la risposta rimane un punto interrogativo.

L’animale simbolo della Nuova Zelanda è il kiwi: molti Neozelandesi non lo hanno mai visto in libertà essendo un animale notturno e una specie in pericolo di estinzione

Molti degli altri coetanei con cui avevo parlato per documentarmi sull’esperienza aveva raccontato del loro ritorno come traumatico, d’altra parte nel periodo di exchange si arriva ad avere un’indipendenza tale che sembra inconcepibile ritornare a regole ferree e ad una routine scolastica ad alta richiesta come è quella italiana. Quindi mi sono ritrovata ad avere molteplici dubbi sul mio rientro e una marea di tempo per pensarci sopra (24 ore di aereo effettive più 12 ore di attesa ai vari aereoporti). Il che si è presentato solo come aggravante dal momento che più si rimugina su un evento, più aspettative si possono creare.

Una volta atterrata sul suolo italiano in realtà ho avuto poco da pensare, la stanchezza era talmente evidente che ha avuto la meglio sull’agitazione del ritorno, ma essendomi ripresa dalle quelle che mi sembravano infinite ore di jetlag, l’Italia non mi è più parsa come il mio monotono Paese natio, bensì come una nuova meta da scoprire passo per passo con occhi nuovi. E così come Dante usa come tecnica retorica lo svenimento per passare da uno scenario da cui non sa districarsi all’altro, così io mi sono ritrovata immersa nel mio nuovo/vecchio mondo.

Sono quindi stati questi quattro mesi all’estero che mi hanno portato a capire che non serve spostarsi fisicamente per iniziare un viaggio, ma l’elemento chiave dell’esplorazione è l’atteggiamento con cui ci si pone verso di essa, per sentirsi un po’ Internazionale anche nel proprio Stato.

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