• sabato , 7 Dicembre 2019

CARPE DIEM

Ho pensato che sarebbe stato meglio che a parlare fosse Orazio stesso.

“Alto sulle stelle, dal belvedere celeste, con i piedi bagnati nel bianco latte, me sto a guardare le anime terrene e il loro ostentare parole di cui non conoscono significato alcuno. Ma se fossero parole d’altri, quelle che storpiano, non farei motto, ma siccome sono i miei versi, che vengono maciullati in quelle bocche incolte, io mi alzo dalla mia sede e indico chi sbaglia. Il mio “carpe diem” recidono nel piacere, al posto di farlo fiorire nell’animo. Ma al fine del mio discorso riporto alla luce le mie parole, come le scrissi:

Non domandare tu mai

quando si chiuderà la tua

vita, la mia vita,

non tentare gli oroscopi d’oriente:

male è sapere, Leuconoè.

Meglio accettare quel che verrà,

gli altri inverni che Giove donerà

o se è l’ultimo, questo

che stanca il mare etrusco

e gli scogli di pomice leggera.

Ma sii saggia: e filtra il vino,

e recidi la speranza 

lontana, perchè breve è il nostro 

cammino; e ora , mentre

si parla, il tempo

è già in fuga, come se ci odiasse!

così cogli

la giornata, non credere al domani.

Questo componimento ho dedicato alla bella Leuconoè, colei dalla mente candida. Pura era quella ragazza, e la neve la invidiava per il suo chiarore, ma frettolosa aspettava il domani e sperava nel futuro. Così io ho alzato il mio canto verso un cielo chiamato esperienza che ho riversato nei miei versi. Ho tentato di insegnare alla bella e candida di non guardare al futuro ma al presente, e di coglierlo sempre. 

Voi, mortali, urlate a gran voce il “cogli l’attimo”, ma non ne avete carpito la vera essenza. Voi, brevi nella vita, lo confondete al piacere sfrenato, e lo biascicate davanti un calice di vino. Gettate il mio poetare nell’ubriachezza, nell’edonismo. Pensate, noncuranti del significato, che il mio cantare spesso il dolce vino sia un incitamento all’egemonia dei sensi fondata su un trono su cui troneggia il piacere. Ostentate un non capire acidissimo.

Avete ricevuto in dono una spada e la usate per pascolare il gregge. Siete quindi un pericolo per le pecorelle. Siete come chi impegolato nelle faccende terrene non s’accorge dell’amore celestiale della sua spasimante. Avete in mano uno strumento, il mio regalo più bello, con cui spiegare le ali, che invece affogate nel vino e nel piacere. Il senso delle mie parole risiede nel mio animo, che ora vi aprirò per farmi intendere.

Sempre sono stato tormentato dalla nera ombra della morte: un assillo gravoso sulle mie spalle, che ha lasciato una forte impronta nel mio poetare. Lanciando occhiate quà e là nelle altre vite ho scorto solo fragilità nell’umana esistenza, e l’uomo non è altro per me se non polvere ed ombra. Sempre sono andato alla ricerca della certezza in cui mi sono potuto esprimere, che ho trovato solo nel presente, nel momento, nell’istante.

Infatti ciò che verrà è incertezza, e cadere nell’incertezza è morire. La morte è un ospite mai invitato che bussa alla porta inaspettatamente. Il colpo è improvviso ma letale, e la morte si fa sentire senza tentennamenti. Per quanto si possa essere previdenti lo strale scagliato da quella maledetta donna in nero impossibile è da schivare. La morte ci coglierà tutti, e questo non possiamo controllare, e la vita è breve: ogni istante che scorre siamo più vicini alla notte eterna. Le nostre mani mortali non possono contenere il passato, ormai non esiste, è come la sabbia che sfugge alle dita, ormai è imprendibile. Il futuro non v’è mai stato e mai ci sarà, perchè lo scorrere del tempo non si fa sentire, è senza rumore: è presente ciò che viviamo; tentare di prendere il futuro è come provare a rincorrere il vento.

Il domani è incerto, ma certo è che riporvi speranza o proiettarsi dentro è la morte. Il domani getta su di noi un’ombra mortifera.

Solo adesso noi viviamo, nell’istante fugace ma presente, nel momento che scapperà ma che solo adesso è vivo. Il luogo vero di voi mortali non è la continuità, illusione maligna con le sue speranze vane e vani progetti, ma la singolarità istantanea dove risiede la libertà che affronta la vita. Nell’attimo risiede la nostra volontà di agire, solo nell’attimo, e quindi lo dobbiamo cogliere, ogni qual volta ci viene donato. Se il passato non esiste e il futuro non è mai esistito è solo il presente ad esserci: quindi è il momento a nostra disposizione, è sull’istante che abbiamo volontà. “Carpe diem” non è gettarsi bendati in un domani incerto, nel piacere sfrenato, ma è la piena possibilità di vivere. Non è bene sperare o rifugiarsi in ciò su cui dominio non abbiamo, ma è giusto vivere in ciò in cui possiamo essere noi stessi. Nell’agire nostro siamo chi siamo, e se esso si manifesta solo nell’attimo che fuggirà è giusto coglierlo. Il vostro essere, la vostra essenza, risiede nell’istante: coglietelo e potrete rendere straordinaria e meravigliosa la vostra vita contro la morte che s’avvicina. Tante sono le vie ma solo una porta alla verità: cogliete l’attimo, il tempo scorre silenzioso, è in fuga!

Queste parole sono di chiarimento, ma ora torno alla mia sede celeste, e al mio poetare: ciò che più mi riesce.”

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