• mercoledì , 1 Aprile 2020

Linguaggio e mondo alle Romanae Disputationes

Quest’anno il concorso nazionale di Filosofia, le Romanae Disputationes, tenutosi a Bologna presso l’Alma Mater, si è proposto di rispondere alla domanda che nella filosofia riemerge sempre, fra le onde dei pensieri, intorno al vero segreto della parola: qual è la sua natura, qual è il suo potere? “Linguaggio e Mondo – Il potere della parola” è il titolo del concorso: a questa riflessione la tre giorni bolognese ha risposto con conferenze, dibattiti, disputationes tra ragazzi, dialoghi… e tanta voglia di far pensare.

Nella foto: il professor Bruno e gli studenti Beatrice Mattioli, Carlo Ponti, Gregorio Pavesio, Enrico Bertinetto, e Leonardo De Rosa.

Il congresso si è aperto con la lezione del professor Alessandro D’Avenia, notissimo autore e narratore in grado di far commuovere l’intera platea del Teatro Antoniano.

Nella sua conferenza il professore ha voluto indagare il tema dal punto di vista della poesia e della letteratura, traendo le proprie risposte da moltissimi autori. Nel mare delle Sirene omeriche D’Avenia s’è addentrato spiegando la profonda essenza del linguaggio. Come per Odisseo, la parola serve per eternare l’uomo su cui grava il peso della morte, invitta da nessuno e invincibile per tutti. Ulisse si trova nella tempesta d’un viaggio troppo lungo, persino per un eroe come lui: i suoi compagni stremati, i remi troppo pesanti per un’altra vogata. Le Sirene si affacciano sugli scogli, terribili nell’aspetto, ma dolci nel dire d’eroi e delle loro imprese. Cantano, quei mostri, e cantano della rocca di Troia appena presa dai Greci. Le Sirene offrono la tentazione di narrare la guerra troiana: la stessa guerra appena vissuta e lasciata da Ulisse stesso, da cui vuole solamente e finalmente fuggire. Allora perché l’eroe vuole ascoltarla, perché corre il rischio di sentire il canto proibito delle Sirene? Semplicemente perché le parole delle Sirene stanno raccontando il suo destino.

Ulisse vuole conoscere la sua sorte, vuole sapere se la storia lo dimenticherà tra le carcasse di uomini senza nome o se lo ricorderà con canti e parole. D’Avenia riporta questa storia, e lo fa sapientemente. Ricorda che morire è proprio di tutti noi, ma che il modo per sconfiggere la morte è “essere detti”, è trovare il nostro nome nella bocca di qualcuno. Questo è ciò che desideravano gli eroi omerici. Ma non ci si ferma qui. D’Avenia supera la tentazione greca di avere il proprio nome nella bocca della Storia, ed entra nella plausibile sorte di chi trova il proprio nome sulla bocca della persona che ama. L’Amore è fondamentale nella riflessione del professore: rappresenta infatti una chiave talvolta salvifica, talvolta velenosa, per le porte dell’eternità. Secondo D’Avenia, quindi, il vero potere della parola è consegnare a noi un’identità per cui siamo eterni, per cui siamo immortali. D’Avenia ci ha insegnato “come l’uom s’etterna”, ma non in modo supereroistico, bensì dolce e quotidiano: ha chiesto a noi di rendere la vita semplice, ovvero di ridurla ai suoi termini non più facili ma più essenziali e veri: ha chiesto a noi di ricordare di amare veramente le persone che ci amano, in quanto è il nostro amore che apre le porte dell’eterno. Il proprio nome nella bocca di chi ci ama è l’essenza delle cose, è un favore dato e che siamo chiamati a ridare.

La tre giorni è proseguita con la conferenza di Andrea Moro, neuroscienziato e professore presso lo IUSS di Pavia. Il professor Moro, linguista affermatosi dopo numerosi studi sulla sintassi comparativa, si è proposto di indagare il problema dal punto di vista della relazione fra linguaggio e cervello, portando interessanti esempi. Uno fra tutti è la possibilità, in un futuro non molto lontano, della lettura del pensiero. Infatti Moro ha condotto degli studi che rivelano la netta somiglianza fra le onde elettriche emesse quando si pensa ad una parola e le onde elettriche emesse quando quella parola medesima viene detta. Questo studio porta ad un orizzonte molto più avanzato di una pur efficace macchina della verità: ci permetterebbe di conoscere l’esatto pensiero d’una persona, anche se non espresso a parole. Sarebbe non solo una clamorosa rivoluzione scientifica, ma anche filosofica perché andrebbe a toccare le domande più profonde sulla dinamica della conoscenza (gnoseologia) e sull’eticità della lettura del pensiero (morale, politica).

Nella foto, Gregorio Pavesio che presenta la sua domanda al Professor Andrea Moro.

L’ultima conferenza è stata la lectio magistralis del professor Luciano Floridi. Il filosofo, che lavora ormai da trent’anni in Inghilterra presso la Oxford University, ha sollevato un’interessante polemica: con la filosofia “autoreferenziale” che parla di sé stessa, che si interessa non dei problemi del mondo ma dei problemi creati da sé e per sé. Floridi ha deciso invece di impostare la sua intera carriera sulla questione, non poco problematica, della rivoluzione digitale: volendo filosofare per il mondo e non per i filosofi. Egli si è accorto che, negli ultimi trent’anni, la civiltà ha subito un forte cambiamento, di cui ancora la filosofia non si è fatta pienamente carico. Perciò indaga il problema dalla base: dalla metafisica e dall’ontologia, ovvero la natura delle cose. Il professore dice “Vorrei convincervi che il mondo sta cambiando sotto i nostri occhi, zitto zitto, senza che nessuno ne abbia fatto un progetto: da una realtà fatta di cose ad una realtà fatta di relazioni”. La sua riflessione ontologica propone che la natura delle cose non sia “essere cose in quanto tali”, ma “essere cose in quanto poste in relazione”. Floridi approda così ad una domanda fondamentale: che cosa fare di una realtà intrinsecamente costruita sulle relazioni? L’uomo che ruolo ha nella presente realtà? A questa domanda risponde affermando che ora non è più il tempo di guardare il mondo, di interpretarlo, ma di costruirlo, e dalle fondamenta. “Lo scollamento tra quello che ci precede e quello che abbiamo oggi è talmente ampio che oggi fare filosofia significa costruire le cose dalla base” afferma Floridi, proponendo appunto “l’orizzonte filosofico del design”.

Ciò che ha accompagnato tutti i tre giorni di conferenze sono stati i cosiddetti Age contra, ovvero delle dispute filosofiche tra squadre di ragazzi, provenienti da licei di tutta Italia. Questi confronti hanno messo alla prova gli alunni, che, divisi nelle categorie Senior e Junior, si sono “scontrati”, filosoficamente parlando, sul problema del contenuto che prevale sulla forma, durante le semifinali, e sul tema dell’impossibilità della parola di parlare a proposito di tutto, durante le finali. Gli Age contra sono stati dei momenti entusiasmanti sia per i partecipanti che per gli spettatori: infatti hanno acceso i dibattiti e la voglia di addentrarsi ancora nelle riflessioni filosofiche, che non hanno smesso di riproporsi durante e dopo le Romanae.

La tre giorni bolognese è stata un’esperienza di grande valore, in quanto con serietà, ma senza eccessiva pesantezza, ha coinvolto moltissimi ragazzi, curiosi e desiderosi di non smettere di pensare; la loro forza di volontà non si è espressa solo nel seguire le lezioni bolognesi, ma anche, soprattutto, nel preparare i saggi, i video in concorso, gli Age contra e nel partecipare questa loro passione a tutti.

Per questo pare quasi naturale sentirsi profondamente grati agli organizzatori e a chi ha partecipato alla realizzazione degli eventi e, in egual modo, a tutti i ragazzi delle RD per l’entusiasmo dimostrato e la voglia di imparare, ancora e sempre.

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