• giovedì , 13 Agosto 2020

Dante per noi

Il 25 marzo 2020 si è celebrata la giornata dantesca, il Dantedì, e gli studenti di II classico A hanno deciso di prendere parte a questa iniziativa, proponendo una “loro” parola, una frase, un’espressione in cui hanno identificato la Divina Commedia, per come l’hanno potuta affrontare in questo anno e mezzo.

BUIO

L’Aggettivo, sinonimo di “oscuro”, è frequentemente usato per designare l’Inferno: la buia campagna (If III 130) del vestibolo che continua in piano fino all’Acheronte (“Buia… perché ivi non ha né sole né stelle; e ancora… per la oscurità de’ peccati”, Anonimo); la buia contrada (If VIII 93); la valle buia (XII 86); per influsso di questo luogo si riproduce in Pg I 45 la variante recenziore buia (invece di nera); luoghi bui (XVI 82, XXIV). E detto delle macchie lunari, li segni bi/… che là giuro in terra/ fan di Cain favoleggiare altrui (Pd II 49): “per Benvenuto signa nebulosa vel minus lucida.” Ho scelto questa parola perché designa qualcosa di oscuro, fa intendere la possibilità che ci possa essere qualcosa in più che noi non percepiamo, sia in senso positivo che negativo, in Dante è sinonimo di peccato, di ciò che è sbagliato. L’ho anche inteso come scoperta, curiosità. Pur essendo ignoto può essere illuminato, la notte per esempio è illuminata dalla luna e dalle stelle.

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Alessia

ITALIA

Ho scelto il termine “Italia” come “mia” parola per questo Dantedì in quanto, è intorno alla nostra penisola che si articola la Divina Commedia, nella quale ogni canto, con le sue descrizioni e i suoi personaggi, rimanda a un luogo dell’Italia di Dante, che egli considerava come regione esclusivamente territoriale, senza unità linguistica e alla quale non risparmiava critiche, come ben si vede in Pg VI dove scrive “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!” Tuttavia, in questo periodo che ci vede tutti costretti a casa, ho voluto fare un paragone tra quella che era l’Italia ai tempi di Dante, divisa e in preda alle grandi potenze del tempo; e la nostra Italia, nazione che, nonostante le diversità che i secoli non hanno colmato, si sta dimostrando una bella nazione unita nella grande difficoltà che stiamo affrontando.

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Vittoria

GIUSTIZIA

Secondo gli psicologi moderni il senso di giustizia è molto forte nei perseguitati e più ne vengono privati, più questi si fanno un’idea elevata del suo valore o dei suoi benefici; in Dante questo aspetto sii rispecchia molto bene. Il termine mi ha colpita proprio perché egli ne ribadisce sempre l’esigenza: ritiene che sulla terra, avendo l’uomo ormai fallito nel rendere il mondo giusto, l’unico in grado di portare a termine tale compito sia il monarca buono e retto (aiutato dal senato e dai tribunali) e inoltre la concezione di Dio è quella di un Dio giustiziere (del Vecchio Testamento), come si evince soprattutto dall’Inferno.

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Giorgia

VIRGILIO

Nell’enciclopedia Treccani il lemma di Virgilio è estremamente lungo e complesso. E’ principalmente diviso in tre punti: la tradizione medievale e il problema della “magia” virgiliana,  le opere minori e la persona storica di Virgilio nella Commedia. 

Personalmente ho  scelto e riflettuto sulla figura di questo personaggio, centrale nella Divina come accompagnatore di Dante, perchè lo avevo sempre dato un po’ per scontato.  Basandomi sulla situazione che stiamo vivendo in questo momento, ho personalmente rivalutato la figura dei miei genitori, dei quali troppo spesso minimizziamo l’importanza senza accorgerci che sono loro che vegliano su di noi e ci indicano la strada, come fa Virgilio con Dante. 

http://www.treccani.it/enciclopedia/publio-virgilio-marone_%28Enciclopedia-Dantesca%29/

Chiara 

INGEGNO

Parola presente in tutte le opere di Dante tranne che in Inf VI e Pd XVIII. Sta a indicare l’insieme delle facoltà innate di un individuo, il patrimonio di doti naturali insite nell’uomo che si esprimono nell’indole o nel talento. In Dante sull’onda della tradizione retorica l’ingegno è la capacità naturale a trattare la materia poetica e a ricevere l’ispirazione delle Muse (O Muse, o alto ingegno, or m’aiutate. Inf II). Per le caratteristiche inventive e immaginative, viene identificato con l’immaginazione e la fantasia.

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Giovanni 

DIGIUNO 

Ho scelto questa parola perché mi ha interessato molto capire come dalla diversa possibile interpretazione di una parola possa cambiare completamente l’aspetto di un personaggio: in questo caso Ugolino. Digiuno nella Commedia significa provare fame per penitenza ma nel caso di Ugolino semplicemente fame. Nel verso “Poscia, più che ‘l dolor poté ‘l digiuno” gli antichi interpretarono la parola digiuno come fame nel senso che si diede all’antropafagia. I moderni si dividono tra questo pensiero e quello che afferma la morte per inedia. Abbiamo una fonte che predica l’arrivo di Guido da Montefeltro a Pisa nel 1289 dove trova tutti i corpi morti nella Muda e senza alcun segno di antropofagia. Mentre solo un antico codice fiorentino afferma che il Conte si diede all’orribile pasto. 

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Edoardo 

 SALE

La parola sale rappresenta per Dante tutto ciò che ha perso, tutto ciò che con violenza gli è stato strappato ingiustamente. Il sale è utilizzato nella Divina Commedia per predire a Dante che errerà per luoghi in cui il pane ha un sapore forte, si mangia salato, quindi lontano dalla sua patria, Firenze. Ciò che colpisce di più è che tra gli innumerevoli temi dell’autore quello dell’esilio è tra i più veri e in un certo senso tra i più cari e personali per Dante, rivelato raramente ma raccontato con una struggenza unica, che è rappresentata dal sale, simbolo di ciò che ormai è perduto.

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Carlo

CHIAVE

Ho scelto il termine chiave perché nella Divina Commedia è usato, non in senso proprio, ma come “strumento per aprire” e quindi come “mezzo per raggiungere uno scopo”, come in Pg X 42, dove la Vergine Maria è chiamata “quella ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave”, cioè colei che aprì agli uomini l’amore di Dio. Per questo mi fa pensare al fatto che ci sia sempre una soluzione (o almeno per quanto siamo riusciti a vedere fino ad ora nell’opera di Dante), ma mi dà l’idea di un ulteriore, di un qualcosa di più che si può sempre scoprire, per questo, infatti, questa parola viene anche utilizzata come sinonimo del mezzo di conoscenza, come un ragionamento matematico che se utilizzato apre una strada verso qualcos’altro oppure una qualcosa che ci permette di andare avanti, portandoci verso un miglioramento. 

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Giorgia

AMORE 

L’Amore è una costante che accompagna Dante nel suo viaggio dall’inizio dell’Inferno, fino all’ultimissimo verso del Paradiso (“l’amor che move il sole e l’altre stelle”, Pd, XXXIII, v.145). Ho scelto questo termine non solo per la sua varietà di sfumature di significato, ma anche perché mi ha interessata il ruolo che la donna riveste nell’identificazione dei diversi tipi di Amore. Ogni volta in cui Dante parla d’amore lo fa in corrispondenza con un incontro con una donna. Nell’Inferno è centrale, a questo proposito, l’incontro con l’infelice Francesca che pronuncia il Trittico di Amor accompagnata dal pianto dell’amato Paolo. Trovandosi nell’Inferno, l’amore qui non è altro che passione carnale che porta al peccato, non ha alcuna accezione salvifica, al contrario di quello che Dante prova per Beatrice, che egli incontra infatti nel Paradiso, dove l’Amore prende finalmente l’accezione di grazia divina, e la donna in questione è un angelo agli occhi del poeta.

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Alice

PERSONA 

Ho scelto questa parola perché mi ha incuriosito la prima volta in cui nel canto V dell’Inferno, Francesca dice: “ Amor prese costui de la bella persona che mi fu tolta..” riferendosi a persona con un significato prettamente fisico. 

Dante però, sceglie diverse sfaccettature per questo lemma. Se per Paolo e Francesca, egli si riferisce ad una concezione cavalleresca dell’amore e della bellezza, nel canto II del Purgatorio, l’autore afferma: “ Ti piaccia consolare alquanto l’anima mia, che, con la sua persona venendo qui, è affannata tanto”. In questo caso Dante si riferisce a persona in quanto unione di anima e di corpo.

In ultimo, nel canto VIII dell’Inferno, si riferisce a Filippo Argenti dicendo: “ Quei fu al mondo persona orgogliosa” con un’accezione già attestata nel latino classico che considera la persona nelle sue qualità intellettuali e morali.

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Agnese

CASTELLO

È incredibile pensare a quante diverse interpretazioni siano state proposte dai critici per una singola parola o per un concetto, per questo motivo ero curiosa di scoprire i vari commenti che si celavano dietro al Nobil Castello, fortezza in cui per Dante avrebbero riposato nel Limbo le anime non battezzate, ma che avevano agito per il bene della società rispettando le 4 virtù cardinali. Ecco alcuni chiarimenti per quanto concerne la costruzione visiva del Nobil Castello. La scelta stilistica della fortezza, per esempio, rende plasticamente la difficoltà della strada alla magnanimità, mentre il fiumicello che la circonda potrebbe rappresentare o il complesso dei labili e caduchi beni temporali (che il saggio sottomette a sè), o l’eloquenza, o in alternativa il prestigio che circonda le personificazioni della virtù e le separa dalla massa anonima. Le sette mura invece vengono interpretate o come le arti del trivio e del quadrivio (interpretazione più probabile), ma anche come le 7 arti meccaniche del corpo, e le 7 scienze liberali della mente. Infine le 7 porte vengono spiegate come le 7 arti liberali (o i principi di esse) o in alternativa come le 7 parti della filosofia naturale e morale. In ogni caso, ogni elemento del Nobil Castello tende a denotare la grandezza morale dei saggi che riposano all’interno, trovandosi sì all’inferno, per la loro mancanza di fede, ma in una condizione privilegiata.

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Angelica

LIBERO ARBITRIO

Il concetto di libero arbitrio (canto XVI Pg, da Liberum arbitrium, espressione propria della Scolastica ) indica la libertà del giudizio de voluntate che consiste nel rapporto di indipendenza che deve intercorrere fra tale giudizio e l’appetito sensibile. 

Ho voluto riflettere su questo concetto poiché ciò che ci rende più umani è la libertà interiore di cui siamo sovrani, la facoltà di scegliere gli scopi del proprio agire e pensare, tipicamente perseguiti tramite volontà, per cui la possibilità di scelta ha origine nella persona stessa e non in forze esterne. 

Dio propone ad ogni uomo la strada da seguire per raggiungerlo, ma non il metodo attraverso cui farlo: ognuno è libero di scegliere il bene o il male, nell’accettazione responsabile delle future conseguenze. Dante ,infatti, è consapevole che tutte le anime sono accomunate da questa libertà; certamente sono differenziate in base al grado di pentimento ma anche in quest’ultima decisione, totalmente libere.

In un periodo come quello che stiamo vivendo, a causa dello stato di emergenza, mi ritrovo “privata” della libertà di scegliere, e questo porta un senso di sconforto, poiché per adesso non posso essere artefice del mio futuro. 

http://www.treccani.it/enciclopedia/elenco-opere/Enciclopedia_Dantesca/L/5

                                                         Carlotta 

LIBERO ARBITRIO

Nella concezione dantesca del libero arbitrio riecheggia la dottrina scolastica nelle sue diverse voci: sia quella aristotelico-boeziana che vede nella ragione la radice della libertà, sia quella agostiniana che vede nella volontà orientata immutabilmente al bene, la forma più alta di libertà.

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Beatrice

FARINATA

Manente degli Uberti, detto Farinata, era un politico e capo militare fiorentino ghibellino appartenente alla generazione precedente a quella di Dante. Dante infatti lo incontra nel Canto X dell’Inferno, nel cerchio dedicato agli eretici, assieme a Cavalcante Cavalcanti.

Al contrario di Cavalcante però, Farinata si trova in piedi e non accovacciato, mantenendo il senso di fierezzasoggezione che in vita pare che incutesse. 

Nonostante i dolori che l’Inferno causa lui, Farinata rimane quasi stoicamente a sopportare, senza parlare di ciò che prova e rimanendo impassibile. 

Ho scelto Farinata perché l’idea di sopportare le difficoltà è essenziale in questo momento, visto che tutti dobbiamo tirare la cinghia in questo periodo buio.

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Pietro

SCARMIGLIONE

Attirata dalla frase “posa posa Scarmiglione”     (If XXII vv. 100-105) ho voluto approfondire cosa effettivamente potesse significare questo nome, dato che tutti i davoli citati da Dante hanno un nome che rimanda a qualcosa. Mi è piaciuto molto il fatto che oltre alla prima e presumibile interpretazione di “scompigliare”, Scarmiglione significa anche pettinare e cardare, quasi un significato opposto rispetto al primo. E l’ho scelto proprio per questo: non tanto per il personaggio, quanto invece, per il fatto che mostri come anche il termine più ovvio possa nascondere qualcosa di diverso o addirittura ossimorico, un’interpretazione con una sfumatura impensabile; e che così, in una situazione, che ha tutta la parvenza di caos e disordine, possa esserci un equilibrio; basta solo cercarlo bene.

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                                                         Elena

IMBESTIARE

Il termine ricorre due volte in tutta l’opera, all’interno dello stesso canto (Pg XXVI) , riferito a Pasife “s’imbestiò ne le ‘mbestiate schegge” per descrivere l’atto bestiale della donna, l’unione con un toro, appunti con una bestia.

È la parola che maggiormente, senza conoscere la vicenda proposta, mi ha fatto capire ciò che Dante volesse esplicitare; una parola meravigliosamente evocativa, caratteristica che più apprezzo dell’autore: esprimersi in maniera diretta, riuscendo subito a comunicare in maniera chiarissima  con il lettore.

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                                          Sara

SANTA LUCIA

Il personaggio nell’opera comprare una volta per cantica ed assume simbolicamente il significato di grazia illuminante, dono gratuito di Dio, che coopera con l’uomo per condurlo alla vita eterna, alla salvezza. La devozione di Dante per la Santa deriverebbe, secondo alcuni critici, dalla grave malattia che ebbe in gioventù agli occhi, causata dalle prolungate letture. Infatti dalla tradizione è ritenuta essere la protettrice della vista e viene invocata contro tutte le malattie oftalmiche. 

santa-lucia_(Enciclopedia-Dantesca)                                   

Maria

BESTIA

Utilizzato da Dante come massimo insulto nei confronti degli umani, viene principalmente usato da Dante in due casi: quando si riferisce all’ignoranza delle persone e quando in generale è disgustato dalla viltà e dalla cattiveria dei suoi simili. In particolare per il primo caso lo si può trovare nel canto XVI dell’Inferno, in cui associa, senza termini di paragone, l’uomo che non utilizza la ragione ad una bestia,nel secondo caso nel Paradiso XXI, nell’accusa verso l’avarizia dei prelati.

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Francesco

FORTUNA

La fortuna è uno spirito angelico incarnato dalla Provvidenza che distribuisce beni esterni, ma è anche presentata come “ministra” della provvidenza ovvero signora di essa e guida nella scelta provvidenziale. Inoltre secondo la visione dantesca vi è l’idea che l’uomo con il suo ingegno ed intelletto sia in grado di attirare a sè la fortuna avversa o favorevole.

fortuna_(Enciclopedia-Dantesca)

Ludovica

AMORE 

L’Amore è l’insegnamento che porto con me dalla lettura delle terzine dantesche. Dante scioglie il mistero insormontabile e labirintico della selva con l’amore: amore  per la poesia (Virgilio), amore per la donna (Beatrice), e amore per Dio, la fede (San Bernardo). L’amore è la risposta alla selva e al peccato: l’amore salva e conduce a Dio. 

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                                                                                                                     Leonardo

PAPE SATAN, PAPE SATAN ALEPPE

Incipit del settimo canto dell’inferno, Dante si trova nel quarto cerchio, qui vengono puniti gli avari e i prodighi. Il verso tecnicamente è un’ apax legomenon ed è una delle più discusse cruces dantesche. Oscura almeno quanto il significato di quest’espressione è la questione linguistica. Interessante è analizzare l’origine etimologica di queste parole. Alcuni studiosi sostengono derivi dalla lingua greca, altri da quella ebraica, altri ancora da quella latina. Tuttavia, estremamente affascinanti sono le interpretazioni che vedono in questa espressione una derivazione dalla lingua francese, inglese (a causa dell’analogia tra aleppe e “help”, cioè aiuto) o addirittura dal dialetto modenese. Altrettanto interessante è analizzare le interpretazioni più personali, che vedono un’invettiva nei confronti di Bonifacio VIII, ad esempio:  “Al Papa nemico, al Papa nemico primo” (Porena: Dante sarebbe nemico di Bonifacio, che è carissimo invece a Pluto, dio della ricchezza: tesi ripresa da Bertha Marti), “Al papa Satanno, al papa Satanno, aiuto” (Rossetti).

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                                                                             Beatrice

DIAVOLO

I diavoli sono gli spiriti del male messi a custodia dei dannati nell’Inferno.

Ho scelto questa figura perché è quella che meglio mi iconizza la Divina Commedia,per due motivi principali.

In primo luogo essi sono quasi onnipresenti nell’Inferno,dunque è inevitabile incontrarli e venire in contatto con i loro comportamenti e peculiarità;infatti è chiaro che il loro sia un ruolo chiave.

In secondo luogo,la prima parola che mi viene in mente quando penso alla Divina Commedia,è Inferno;probabilmente per via della sua comicità,vivacità e unicità che lo contraddistinguono.

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Fabiola

DOMINE, LABIA MEA APERIES, ET OS MEUM ADNUNTIABIT LAUDEM TUAM

“Oh Signore tu aprirai le mie labbra e la mia bocca proclamerà la tua lode” (Pg XXIII 10-12). Questo è il diciassettesimo verso del salmo “miserere”, cantato dai golosi per ricordare l’abuso che essi fecero in vita della bocca, la quale avrebbe dovuto, prima di tutto, lodare Dio.

Ho scelto questo verso poiché l’ho trovato particolarmente appropriato per il periodo che stiamo vivendo, in cui è molto facile sfogarsi con il cibo e nel piacere, mentre, ci si dimentica facilmente di fare il proprio dovere, che non è necessariamente quello di pregare, ma, ad esempio, anche quello di studiare. 

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Silvia

FORTUNA

Il mio spunto in realtà è partito da un fatto personale, un libro che mi è stato recapitato da parte di mia nonna a ricordarci quanto forti debbano rimanere i nostri legami anche da distanti, un quadrifoglio essiccato e una frase: l’Amore e la Fortuna sono le forze che muovono il mondo.

Approfondire quest’ultimo concetto grazie all’enciclopedia dedicata a uno dei pilastri della nostra cultura nazionale è stato interessante perché mi ha permesso di andare a fondo al significato di un tema che ha orientato l’uomo di ogni tempo, e ricostruirne la storia nella letteratura mi ha dato la possibilità di scoprire, passo per passo, la strada percorsa da Dante e i suoi grandi predecessori, che poi è la strada su cui ancora oggi camminiamo anche noi.

Dall’idea umanista di Boccaccio, il cui mondo gira intorno alla figura centrale dell’uomo, secondo cui la Fortuna non è altro che un complesso accidentale di forze, non regolato da alcuna volontà superiore, bensì una forza neutra, che l’uomo può indirizzare a proprio favore utilizzando il proprio ingegno, per giungere a Dante e all’idea medievale, che la riteneva una forza subordinata al superiore disegno della Provvidenza Divina, contesto in cui si colloca anche la Divina Commedia, dove è dipinta come un’ intelligenza angelica che distribuisce i beni terreni in base al volere imperscrutabile di Dio, per risalire fino al concetto di Ordine e di Fato dei giganti greci e latini.

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Federica 

GALEOTTO (galeoto)

Di questa parola mi ha colpito la diversa accezione che può avere a seconda del contesto in cui viene inserita.

Il galeotto può essere un intermediario d’amore: una persona o una cosa che favorisce gli amori altrui. Dante scrive: “Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse” If V 137. Nell’episodio dantesco riguardante i celebri cognati-amanti Paolo e Francesca, Galeotto (amico di Lancillotto) fu il libro grazie al quale i due consumarono il loro atto d’amore.

Sempre Dante scrive: “vidi una nave piccioletta venir per l’acqua verso noi in quella, sotto ‘l governo d’un sol galeoto” If VIII 15-17 e “allor che ben conobbe il galeotto” Pg II 27. In questi due passi il galeotto è un marinaio, più propriamente, il marinaio delle galee. Nell’Inferno vi è una “licentia poetica”, infatti si parla di un marinaio a guida di una piccola barchetta; nel Purgatorio invece troviamo un nocchiero che conduce una vera e propria nave. 

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Sofia

DISFARE

Dante utilizza questo termine quasi sempre in contrapposizione al verbo “fare” creando così uno dei giochi di parole tipici nella Divina Commedia. In particolare sono due gli esempi significativi: “Siena mi fe’; disfecemi Maremma” Pia de Tolomei Pg V e “tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto” Ciacco If VI. Il verbo è utilizzato dal poeta in riferimento alla vita umana soprattutto per sottolineare la distruzione e la consunzione fisica del corpo (nella maggior parte dei casi avvenuta in maniera brutale come succede per Pia: scaraventata giù da una torre). Il critico Contini afferma che “disfare” è il termine dantesco specifico per indicare “distrutto dalla morte”. Solo nelle Rime questo verbo assume una sfumatura figurativa e allegorica riferendosi alla distruzione che subisce l’innamorato da parte di Amore.

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Verdiana 

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