• venerdì , 30 Ottobre 2020

Liberi di sbagliare

di Francesca Cantamessa

“La libertà di parola e la libertà d’azione non hanno significato senza la libertà di pensiero. E non c’è libertà di pensiero senza il dubbio” disse Bergen Evans.

Spesso la pressione esercitata dalle idee degli altri opprime la volontà di esprimersi con sincerità. A volte i principi delle “buone maniere”, la paura di ferire il prossimo e persino la paura di essere sinceri con noi stessi minacciano la nostra libertà di espressione.

La questione fondamentale è se sia lecito poter dire ogni cosa. Oppure provare ad essere sinceri senza temere le critiche degli altri. O avere il diritto di dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire.

Al termine della Seconda Guerra Mondiale, momento storico in cui, a causa dei totalitarismi, la libertà di pensiero e di espressione era negata, si ebbe la Dichiarazione universale dei diritti umani, di cui l’articolo 18 cita: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione.”

Questa libertà è un diritto inalienabile dell’uomo sebbene sia difficile riconoscerne i limiti. L’impossibilità di avere una visione univoca della realtà che ci porta a formare tesi diverse e contrapposte ci obbliga a osservarla da più prospettive differenti e ad accettarne l’esistenza di più interpretazioni.

Pertanto, entro i limiti della verità e della moralità, è giusto che ognuno pensi ciò che vuole e possa esprimere ciò che pensa.

Un significativo esempio di un filosofo che ebbe problemi a essere accettato per le proprie idee fu quello di Socrate, processato ingiustamente dagli Ateniesi con le false accuse di empietà e corruzione dei giovani e in seguito condannato a morte. Nell’Apologia di Socrate è riportato da Platone il celebre discorso con cui il filosofo si difese nel processo e rivendicò gli ideali di giustizia secondo i quali aveva sempre vissuto: “Ma, cittadini, forse evitare la morte non è difficile, ed è molto più difficile evitare la malvagità, perché corre più veloce della morte (…) E ora me ne vado, io condannato a morte da voi, loro condannati alla malvagità e all’ingiustizia dalla verità”.

Il potere gioca sul modo che abbiamo di percepire la realtà: esiste dunque una stretta correlazione tra il pensiero filosofico e la sua applicazione in ambito politico. Platone esprime la sua opinione sull’organizzazione politica ideale nella Repubblica. Secondo la quale la comunità è tripartita ma la Giustizia regna sulle tre parti in cui è divisa la polis e la rende un organismo in armonia.

Pone al vertice della sua aristocrazia i filosofi che governano seguendo gli ideali di virtù e sapienza.

Tesi più che strutturata e condivisibile per molti. Non tutti però. Duemila anni dopo, un altro pensatore, altrettanto fondamentale per la Filosofia sosterrà l’opposto: “Non c’è da attendersi che i re filosofeggino o che i filosofi diventino re, e neppure è da desiderarlo, perché il possesso della forza corrompe il libero giudizio della ragione (…)” (I.Kant)

La ragione spesso è divisa dall’irrazionalità attraverso un filo sottilissimo.

Infatti la libertà intellettuale portata all’eccesso può condurre al delirio e in seguito ad una deriva anarchica e quindi minacciare il potere. Per tale motivo i totalitarismi agirono su questa libertà con minacce di ripercussioni e di violenze.

La libertà è la cosa migliore che gli uomini possano ottenere ma l’eccesso spaventa e spesso porta a situazioni spiacevoli e ingestibili.

Un altro limite riguarda la libertà di espressione a livello satirico: fino a che punto la satira può spingersi senza ledere l’onorabilità altrui?

Un caso che ha fatto molto riflettere è quello di Charlie Hebdo. In seguito al tragico attentato che colpì la Francia, milioni di manifestanti reggevano cartelli con la scritta Je suis Charlie, per dimostrare simbolicamente che la libertà di pensiero e di espressione non possono e non devono essere fermate dalla violenza.

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