• mercoledì , 21 Ottobre 2020

Jake

di Federica Furlan

Jake era un ragazzo di quindici anni che perse la vita per motivi a noi sconosciuti. Nonostante ciò, tutto il mondo del web sa dove è sepolto e, “scherzosamente”, viene minacciato da numerosi utenti di Twitter.

La campagna di sensibilizzazione sul razzismo e sulla violenza della polizia, che era già iniziata anni fa, ha raggiunto il suo apice con l’omicidio di George Floyd. Nonostante ciò, a differenza delle proteste precedenti, in questo caso una parte della discussione è avvenuta tramite internet. E i cosiddetti “leoni da tastiera”, che si schierano dalla parte dei manifestanti o dalla parte del Presidente Trump, hanno trasformato un movimento pacifico, anche sulla rete, in un gruppo pieno di ira, che impone con l’odio le proprie idee.

Il nome di Jake era nella biografia di un profilo su Twitter che appartiene ad una ragazza statunitense di nome Chloe che aveva semplicemente  scritto “Riposa in pace Jake” insieme alla sua data di morte.

Proprio nei giorni successivi all’inizio della protesta, Chloe aveva iniziato a condividere online opinioni sull’uguaglianza degli uomini, che dopo poco tempo sono stati letti e commentati da milioni di utenti.

 La cosa particolare era che, piuttosto che insultare la ragazza, Jake era stato oggetto di numerose minacce che in un crescendo di violenza arrivavano fino a scoprire il luogo in cui era stato sepolto e ballarci sopra.

Ovviamente i commenti erano satirici, e, per quanto macabri, volevano solo difendere la comunità nera che era stata insultata da questa ragazza. Si è dunque partiti da un sorta di atto di cyberbullismo ma nei giorni successivi sono state diffuse da un altro utente di Twitter delle informazioni non solo sul luogo di sepoltura di Jake; sono stati forniti anche i dati personali di Chloe, tra cui numero telefonico, l’indirizzo di casa e la professione.

Non bisognerebbe stupirsi di un finale del genere, ma non si dovrebbe arrivare a violare la vita di una persona solo per un’opinione diversa. E’ difficile capire quando finisce la cosiddetta libertà di espressione ma comunque mai in ogni caso dovrebbe trascendere in insulti, soprusi verbali o istigazioni alla violenza

A fianco a questa categoria di “haters” (odiatori) si è sviluppata una nuova corrente di pensiero sempre sul web: questa novità consiste nell’educare il determinato individuo, in questo caso Chloe, e farle capire determinate storture ed estremismi di pensiero e, allo stesso tempo, assicurarsi che la ragazza non abbia più un comportamento così superficiale.

È un approccio interessante e sicuramente più educativo per colui che riceve gli insulti, poiché, nella maggior parte dei casi, ottenere un’attenzione peggiora solo il quadro, facendo credere a chi ha un’idea considerata sbagliata di avere degli “haters” solo perché si è famosi, e porta questa persona a focalizzarsi di più su questa idea e a vantarsi del numero di messaggi ricevuti.

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