• sabato , 24 Ottobre 2020

Esplosione a Beirut

“Sembra Hiroshima”. E’ così che ha descritto tra le lacrime il governatore di Beirut, Marwan Daoud, la violentissima esplosione che alle ore 18.00 circa di martedì 4 agosto si è verificata nella zona del Porto di Beirut. Essa avrebbe causato almeno 130 morti e oltre 4000 feriti, tra i quali anche un militare italiano. Purtroppo, il bilancio riguardante le vittime e i superstiti è ancora provvisorio e si teme sia destinato a peggiorare, mentre i danni alle infrastrutture, che si estendono su oltre la metà della capitale libanese, ammontano intorno ai 10 miliardi di dollari. 

Ad esplodere sarebbe stata un’enorme quantità di “nitrato di ammonio”, sostanza utilizzata per produrre fertilizzanti, ma altamente esplosiva. La deflagrazione, inoltre, ha causato lo sprigionamento di particelle contaminate nell’aria e per questo, il ministro della salute Hamad Hasan ha esortato chi può a lasciare la città, al fine di non esporsi a sostanze pericolose, il cui effetto potrebbe essere letale sul lungo termine.

Inizialmente si è temuto che la causa della detonazione fosse un attentato, ma è stato poi accertato che, all’origine della catastrofe ci fossero materiali esplosivi tenuti senza le adeguate misure di sicurezza. Gli antefatti risalgono ad agosto 2013, quando una nave da carico russa, che trasportava 2750 tonnellate di nitrato di ammonio e diretta in Mozambico, fu costretta a fermarsi nel porto di Beirut per un guasto al motore. A seguito di un’ispezione da parte delle autorità portuali, fu decretato il sequestro dell’imbarcazione. L’equipaggio venne rimpatriato, anche dopo un anno, mentre il nitrato fu sbarcato nel 2014 e collocato nell’hangar 12 del porto della capitale. Tra il 2013 e il 2017, i funzionari doganali inviarono ai giudici cinque lettere, chiedendo loro di ordinare che il carico confiscato venisse sistemato più adeguatamente poiché pericoloso. Queste lettere non ricevettero alcuna risposta e il carico, a distanza di tre anni, si trovava ancora nell’hangar.

Un ulteriore elemento sconcertante, che sottolinea l’ incompetenza della dirigenza amministrativa, era la presenza di un deposito di fuochi d’artificio vicino al magazzino in cui era stato riposto il nitrato di ammonio. Inizialmente i vigli del fuoco arrivarono al porto per spegnere un incendio scoppiato all’interno del magazzino e dopo poco si verificò una prima e più piccola esplosione. Successivamente ce ne fu un’altra molto più potente, che scosse il centro di Beirut, dipingendo il cielo della capitale di rosso. La seconda deflagrazione venne avvertita fino a duecentoquaranta chilometri di distanza, in Israele e a Cipro, mentre è stata misurata dall’United States Geological Survey come un terremoto di magnitudo 3,3. 

A causa di questa esplosione, tre ospedali della capitale libanese sono stati completamente distrutti, mentre altri due hanno subito gravi danni. Negli ospedali rimasti in funzione, che in poco tempo si saturarono, la gente venne curata nei corridoi e, addirittura, nei parcheggi. 

Fortunatamente, sono diversi gli Stati che hanno risposto alla richiesta del ministro della Salute, Hamad Hasan, riguardo l’invio di aiuti internazionali al Libano, mentre ancora, nella capitale si continua a scavare e a piangere i morti. Il premier Hassan Diab, dopo aver dichiarato tre giorni di lutto nazionale, ha rivolto un appello ai “paesi amici”del Libano chiedendo supporto.

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