• venerdì , 2 Ottobre 2020

Più poesia della poesia

La musica è più poesia della poesia. La musica è una componente fondamentale della vita. Ogni giorno ascoltiamo canzoni, e ne gustiamo le melodie e ne assorbo i testi. E se sempre più si radica quel concetto non estraneo a molti artisti e filosofi (Fellini, o per esempio Schopenhauer) secondo il quale la musica è il linguaggio del nostro mistero. L’ascoltare un qualsiasi  tipo di musica (dalla sinfonia più classica al trap più moderno) è un’attività che tocca le corde dello spirito umano. Non esistono esemplificazioni teoriche da mostrare, ma solo una constatazione pratica. Notiamo infatti che è molto più raro emozionarsi leggendo un libro, contemplando un quadro, o guardando un film, che fare la stessa cosa ascoltando una canzone. Provate anche voi a notare questo fatto, vi sorprenderete piangere perchè una nota, un cambio di accordo, vi ha ricordato una particolare sensazione o un vivido ricordo o un celato sentimento; vi scorgerete sorridere perché tutto ciò di cui parla il testo l’avete vissuto. Questo non capita al di fuori della musica. Fateci caso, è molto più raro. Perchè? L’unico motivo è che la musica è il linguaggio dell’anima. La musica parla la lingua del cuore e dell’inconscio, e quindi evoca il mistero che portiamo con noi. La parola invece è la lingua dell’intelletto. Molti studi infatti mostrano che l’uomo pensa a parole, e non pensa al di fuori del proprio linguaggio.

La musica è ineffabile invece, esattamente come le nostre emozioni che abitano e vivificano la nostra anima. Provate a spiegarvi perchè quella musica vi emoziona così fortemente. Non ci riuscirete probabilmente. O ci riuscirete, ma in modo incompleto ed insoddisfacente. Come quando proviamo a spiegare perché quella persona ci è cara e perché vorremmo passare il resto della vita con lei, o perchè ci esaspera e preferiremmo morire piuttosto che ascoltare ancora la loro tinnula voce. In questi casi percepiamo sempre un senso di incompiutezza della nostra spiegazione, sappiamo di non aver detto tutto, ma non conosciamo il modo di afferrarne la complessità. Stessa cosa con la musica. Insomma la musica è ineffabile e indecifrabile, allo stesso modo del nostro spirito. Ecco perché è così difficile conoscerci: se non abbiamo in mano il vocabolario del nostro inconscio come facciamo a tradurne la lingua? Questa è una di quelle domande a cui rispondono i filosofi con anni di elucubrazioni elaboratissime e voli sperticati tra la fisica e la metafisica. Ma torniamo alla musica con un facile esperimento. Prendete un testo letterario e leggetelo, e accorgetevi cosa vi comunica: a quel punto ascoltatelo cantato e messo in musica. Noterete la differenza. Le parole suoneranno molto più pregnanti, e tutto d’un tratto acquisteranno significato anche i passaggi più astrusi e incomprensibili del brano. Per chi volesse davvero avventurarsi in questo esempio, si faccia una prova con le poesie di William Butler Yeats dalla sua raccolta “I cigni selvatici di Coole”, e poi si acoltino le stesse poesie cantate e suonate da Angelo Branduardi nel suo capolavoro “Branduardi canta Yeats”.

Il Menestrello del cantautorato italiano ha costruito una vera perla nel panorama musicale, che ancora adesso emoziona e stupisce all’ascolto. Le poesie di Yeats sono belle, certo, ma quando Angelo le canta con la sua voce flebile accompagnato dalla chitarra tenue e leggera, sembra davvero di essere lì nella campagna irlandese a contare i cigni sul lago, o ad ascoltare il violinista di Dooney che sviolina per i bambini di Sligo. Branduardi è stato capace di tirare fuori l’emozione, non tanto con il testo del brano, ma con la musica che lo anima. Ecco Branduardi ha parlato dell’anima di Yeats, rivolgendosi e svegliando la nostra. Mentre Yeats con le sue poesie è forse riuscito a fare solo la prima delle due cose. Per questo la musica è più poesia della poesia. Lei canta le nostre emozioni, lei le evoca davvero.

 Ecco, prendiamo i cantautori, in particolare il cantautorato italiano. Li abbiamo ascoltati un pò tutti: De Andrè, Guccini, Dalla, Vecchioni, Branduardi, Battiato, De Gregori. In loro si trova quello che in poesia manca: la musica. Riscoprire la canzone, la vera canzone, è importante perché risveglia in noi quell’arte poetica persa ormai da secoli. Pensateci. I primi poeti chi sono? La mitologia dice che il più grande e il più antico poeta greco fosse Orfeo. Orfeo tuttavia era un cantore. Cioè, aveva dei testi poetici in mente, ma soprattutto li suonava con la lira. La musica c’era, era parte integrante della poesia. Omero cantava, e anche i salmi del Re Davide venivano cantati. Tutto questo è emblematico dell’importanza della musica nel campo poetico. La poesia senza musica è forse svigorita della sua forza estatica e bellezza quasi mistica. La poesia nasce come unione al divino, non a caso i poeti invocavano la Musa. Omero era cieco perchè era stato accecato da Calliope, non per una sua malformazione fisica. E la musica era presente. Anche solo la parola “carme” che nei dizionari latino-italiano viene tradotta con “poesia”, in verità pone le sue radici nel verbo “cano” che significa “cantare”. Certo che la musica era presente! Immaginate un testo poetico musicato: cosa significa? Che contemporaneamente il poeta parla al cuore (con la musica) e parla al cervello (con le parole). Alcuni potranno alzare il sopracciglio, affermando che loro si sentono toccati nel cuore dalla letteratura anche senza essere musicata. Ma forse costoro sono dei palati fini, delle persone che hanno voglia e tendono a farsi toccare dalla poesia. Non per tutti però è così. Per questo i musicisti e i cantanti hanno così grande successo. Parlano un linguaggio più diretto, che è quello della musica. Detto questo, non si può tornare al tempo in cui Arnaldo Daniello cantava a corte le sue canzoni trobadoriche. Allora c’è un’altra speranza per la poesia: il ritmo. Il ritmo deve essere riportato all’attenzione dei poeti contemporanei perché è l’ultimo baluardo di musica che si può trovare nella poesia non cantata. Da quando la poesia è stata radicalmente cambiata dal verso libero e dalle sperimentazioni del novecento si sono persi tutti quegli espedienti poetici che creavano un senso di musicalità. Certo non si pretende che tutti siano degli aedi o dei trovatori, ma che almeno la poesia suoni bene, questo si. Non si vuole più usare il metro e la rima? Bene, almeno ci si sforzi a trovare la musicalità di questi versi, e che non siano senza personalità, ovvero senza musica. La personalità di una poesia è importante: la sua originalità e la sua insostituibilità sono fondamentali. Come si giunge a questo? Cercando la musicalità. Provate a dire “nel mezzo del cammin di nostra vita”, vi accorgerete che c’è un solo ed unico modo per dirlo, che è quello dettato dall’accentazione. Certo, potrete variare il tono e la velocità dell’esecuzione, ma quel verso ha la sua cadenza e il suo ritmo. E non potete cambiarli.

Ecco come un poeta diviene insostituibile e unico: grazie al suo ritmo. Sembrerà una questione banale e di poco conto, ma non è affatto così. La letteratura (e la poesia è la regina della letteratura, sia chiaro) insegna ed indica le emozioni e i sentimenti. A questo serve. Questo era un compito che una volta era dato alla mitologia: basta farci caso e capirete come Zeus è il potere, Atena l’intelligenza, Afrodite la sessualità, Dioniso l’irrazionalità, e via dicendo. Da quando la cultura occidentale ha perso la tradizione mitografica è sorta la letteratura come veicolo di archetipi emotivi. Questo perché? Perchè così noi uomini quando ci troviamo ad esperire una nuova emozione non ne siamo completamente estranei. Avremo degli strumenti con cui domarla e farla nostra. Non saremo tanto spaventati dalla sessualità se invece di crescere nel contesto cristiano fossi nati in un ambiente greco classico per esempio. Questo perché la cultura offre degli archetipi emotivi che aiutano e nutrono la crescita degli individui. Ma tutto ciò bisogna saperlo fare, non tutti hanno l’ars poetica. E come si giunge ad una grande ars poetica? Conoscendo le parole, scegliendole con sapienza, e facendo sì che siano belle a chi le ascolta. E la bellezza di una parola è già in lei, non c’è bisogno di crearla artificiosamente. Ogni parola infatti possiede una musica, ed è insostituibile: il poeta quindi deve tirar fuori la musica inscritta nelle parole e farla così riecheggiare tra le pareti dell’eternità. Poi certo, ci sono altri fattori che contano in una poesia, ma la sua musicalità è un aspetto determinante. Da quando la bellezza del dire un verso in virtù della sua musica si è persa, i poeti hanno sempre cercato degli altri espedienti per farsi unici e far stupire. Chi meglio e chi peggio. Se siete Ungaretti (per dirne uno fra i tanti: guai ad offendere gli amanti di Montale) forse ci riuscite, ma nella maggior parte degli altri casi il verso libero e sciolto è pericoloso e può cadere nel banale.

Spesso nel leggere i poeti contemporanei ci si trova ad una complessità inspiegabile ed inspiegata. Perchè tutte queste parole astruse e queste costruzioni labirintiche per dire una cosa semplice come “ti amo”? I poeti oggi si sperticano in accostamenti impossibili, tutto perché non devono annoiare il lettore (ovvio, non hanno il ritmo della loro). Tuttavia commettono un errore più grande: divengono incomprensibili.  Le persone non leggono i nuovi poeti perché non si capisce nulla, non perchè sono stupide. Queste ultime considerazioni possono sembrare troppo generali e avventate, ma è utile sfogliare un qualche libro di poesia uscito quest’anno, per esempio. facendolo, si torna a Dante e a Pound. Poi c’è da sapere una grande verità. Non esistono poeti ignoranti. Secondo voi Ungaretti ha distrutto il verso convenzionale senza saperlo? Lo sapeva benissimo, perché aveva studiato. E portare “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” come emblema del verso libero è stupido quanto non accorgersi che quella poesia è composta da sue settenari spezzati (per fare il moderno bisogna conoscere il passato). Tutti i grandi poeti sono grandi studiosi e soprattutto hanno musica nelle loro parole.

Dunque la musica è più poesia della poesia perché parla la lingua dell’anima; di questo sono emblema i poeti antichi e i cantautori moderni; la poesia oggi ha bisogno di riscoprire questo per migliorarsi, e si migliorerà solo quando comincerà a studiare e ad accorgersi che il ritmo è tanto importante quanto un’immagine o un senso dati.  

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