• sabato , 28 Novembre 2020

Lettera a Fabrizio De André

Caro Fabrizio,

non ci siamo mai incontrati, eppure ti conosco da sempre. Non ci siamo mai parlati, eppure tu hai parlato a me con la tua musica. Non c’è altra voce che ha riempito le mie giornate come la tua, eppure non t’ho mai visto. Sono nato nel 2002; tu sei morto tre anni prima. Ma le parole d’un poeta non muoiono. Tu suonatore di chitarra, tu suonatore di mandolino, hai cantato per me in tutti i momenti: il suonatore Jones m’ha seguito ovunque fossi, tra via del Campo, tra le Nuvole, o nell’Amore perduto. Ho sentito la tua voce arrivare fin dall’Hotel Supramonte, dove ancora gli alberi suonano le tue canzoni. Pensavo è bello che dove finiscono le mie emozioni debba in qualche modo cominciare una tua canzone.

Fabrizio, non ho parole per dire cosa sei per me: e dico sei perché sei più vivo che mai. Laddove c’è un cuore che vibra ecco che la vita esiste. Tu m’hai insegnato tutto davvero. Non avrei mai cominciato a scrivere senza di te. Il fatto di sentire qualcuno rimare una rima baciata e poi cantarla mi ha detto che la musica è poesia e la poesia musica, che le due cose sono inscindibili. L’aver sentito per ore e ore quelle strofe perfettamente rimate e ritmate ha plasmato il mio orecchio, ha incuriosito la mia penna, che ha deciso sempre più di mettersi alla prova partendo proprio da te. Mi hai insegnato l’umanità che c’è dietro la sporcizia delle vie dimenticate, mi hai mostrato la dignità degli ultimi: non è che non ci fosse, è che nessuno sembra accorgersene. Mi hai dato la sensibilità di capire una nuvola, una stella o un fiore. Mi hai dato le note per comporre il mio canto. Mi hai insegnato ad essere un Principe Libero che ha il diritto di fare guerra al mondo quanto chi ha cento navi in mare. Mi hai insegnato a tifare per i Troiani, come pensavi che segretamente facesse Omero.

Mi hai insegnato la bellezza che si nasconde dietro alla sofferenza; o meglio: mi hai insegnato che anche nel dolore si può trovare la bellezza. Infatti anche vissuto un sequestro non hai smesso di cercare, e hai scritto canzoni meravigliose. Perciò se in un vortice di polvere gli altri vedono siccità, noi menestrelli sognatori vediamo la gonna di Jenny a un ballo di tanti anni fa. Mi hai insegnato che la libertà è amare davvero, che un uomo vero ama e non odia mai. Mi hai insegnato che la vita non è affatto facile, mentre prendere la strada sbagliata lo è eccome. Infatti per una nuvola vera mille sono false: e m’hai detto anche che vale la pena vivere per quell’unica e vera nuvola. Mi hai insegnato a condurre la mia vita affinché io abbia trecentomila rimorsi e nemmeno un rimpianto. Mi hai insegnato che l’anarchia non è non avere regole, semmai è darsele prima che te le diano gli altri. Mi hai insegnato ad essere molto più curioso dei tanti “voi”. M’hai chiamato Amico, Amico Fragile, anche quando ero solo e fragile davvero. “La solitudine può portare a straordinarie forme di libertà” dicevi; ma sono mai stato solo? Infatti in testa avevo continuamente versi come “t’ho incontrata lungo il fiume/ che suonavi una foglia di fiore” oppure “vuoi davvero lasciare ai tuoi occhi/ solo i sogni che non fanno svegliare?/ Sì Vostro Onore, ma li voglio più grandi”.

Avrei un’infinità di altre cose da dire: mille insegnamenti che m’hai dato; ma finisco questa lettera dicendoti che sei in me un intensità di cielo che vivo col sogno. 

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