• sabato , 23 Ottobre 2021

Uomini siate e non pecore matte

La società individualizzata contiene al suo interno il rischio del pericolo maggiore: il cinismo. Questa è la premessa e la conclusione del discorso, che è giusto principiare con la definizione di “società individualizzata”. Chiamiamo così quel tipo di comunità che ritiene d’essere un insieme di individui, legati per territorio, lingua, e cultura, ma, contemporaneamente, a sé stanti. Perciò si tratta di una società a tutti gli effetti, ma che pecca, generalmente, di quel principio cardine su cui si fonda la parola “società”. Società deriva da societas, che in latino pone le sue radici nel termine “socius” ovvero, letteralmente, “alleato”. Il termine risiede nel bacino di parole legate all’ambito bellico, ma poi nel corso dei secoli sviluppa un significato più ampio, fino ad arrivare ad “amico”. Quindi una società, di per sé, dovrebbe essere un insieme di alleati, di compagni, e di amici: ovvero persone che insieme, provvedendo l’uno all’altro, combattono la lotta dell’esistenza. Dovremmo immaginare la società come la falange oplitica, dove è assolutamente fondamentale che ognuno faccia il suo compito; infatti, nel caso contrario, non solo metterebbe sé stesso in pericolo, ma minerebbe l’unità dello schieramento su cui si fonda la sua forza.

Una società individualizzata, in realtà, è molto differente da una falange oplitica. Proseguendo nella metafora bellica potremmo dire che la società individualizzata è un esercito, i cui opliti combattono ognuno per conto proprio, dispersi nel caos della lotta, e perciò destinati a perdere. Infatti l’avversario, la vita o la morte a seconda delle filosofie, è troppo potente per un soldato solo. Perciò essa ha già gettato le basi per la propria sconfitta nello stesso momento in cui è nata. Può sembrare magnifica in tempi in cui l’esistenza è pacificata da agio economico, sicurezza sociale, e forza politica (ovvero quando il nemico è debole, o, semplicemente, in agguato): ma tuttavia rivela, immediatamente e senza ritorno, le sue lacune nei momenti di difficoltà. Durante le crisi, infatti, emerge il cinismo: malattia dell’animo che dispone di sintomi insanabili, quali l’odio e la violenza. Proprio durante le difficoltà ritorna a noi dall’ombra in cui viene creato; proprio quando dovremmo aiutarci viene ad imporre il suo motto infausto, quale: “divide et impera”. Nasce il problema e con lui le fazioni, in cui “noi”, individui, come veniamo definiti, ci schieriamo sempre dalla parte dei buoni e dei giusti: e dopo aver creato il contrappeso, nella bilancia del presente, lo riempiamo dai cattivi e dei “loro”. Quest’ultimi, sono spesso e volentieri, i diversi, gli ultimi, e tutti coloro che vivono qualche tipo di disagio. Proprio quando il nemico avanza, la falange dovrebbe serrarsi e combattere unita: invece si disperde. Perdendo, sempre e comunque. Ciò non significa che per essere un società ci debba essere una coesione forzata ed impossibile tra le persone: ognuno di noi ha predisposizioni diverse alla vita, dettate dalla genetica, dall’indole, dal caso, dalla fortuna, da Dio (chi lo sa), ma convivendo nella tribù umana è bene che metta, questa sua disposizione d’animo, al servizio di quel motto dantesco “Oh gente umana, per volar su nata”.

Dante stesso, nel Canto VIII del Paradiso, dice, per bocca di Carlo Martello, che l’uomo, per esser “cive” (cittadino), deve esercitare la sua natura in diversi “offici”, mansioni, lavori. Nel Convivio scrive “La necessità dell’umana civilitade, che a uno fine è ordinata, cioè a vita felice; alla quale nullo per sé è sufficiente sanza l’aiutorio di qualcuno, con ciò sia cosa che l’uomo abisogna di molte cose, alle quali uno solo satisfare non può. E però dice lo Filosofo che l’uomo naturalmente è compagnevole animale.” Ognuno secondo il suo mestiere aiuta l’altro nel suo bisogno, perchè altrimenti il singolo non riuscirebbe mai a colmare la propria naturale inadeguatezza di fronte alla vita; e perciò “ognuno secondo le sue capacità a ognuno secondo i suoi bisogni”.

Potremmo utilizzare un’altra metafora, oltre a quella bellica, ovvero la metafora pastorale, in cui il gregge è l’uomo ed il pastore è la sua comunanza felice. Quando si rompe il legame col pastore, ecco che le pecore si disperdono, e tornano all’ovile “di latte vote”, come dice il Divin Poeta nell’undicesimo dell’ultima cantica. Perciò il loro operato non è se non infruttuoso. Allora, quando sembra giungere con le sue mani sporche il baratro del cinismo, dovremmo ricordare i versi di Dante che, nel quinto del Paradiso,  dice “ uomini siate e non pecore matte”.

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