• mercoledì , 8 Dicembre 2021

Meravigliarsi con Walt Whitman

Walt Whitman è uno dei più grandi poeti della storia americana. Anzi: lui è il primo poeta della storia americana. Gli Stati Uniti nacquero nel 1776 e lui nel 1819, e, pubblicando la prima edizione delle Leaves of Grass nel 1855, possiamo dire che sia stato il primo poeta degli States. Nelle parole di Ezra Pound “ [Walt Whitman] è il poeta dell’America. Lui è l’America”. L’unica, monumentale e grandiosa, opera poetica che produsse è Leaves of Grass: poema scritto tra gli anni Cinquanta dell’Ottocento fino alla morte (1892). Ha realizzato ciò che scrisse in un suo famoso verso “Io all’età di trentasette anni, in perfetta salute, comincio,/ sperando di non smettere fino alla morte”. Il poema è molto lungo, ma tra le sue sezioni più importanti, e che oggi analizziamo, c’è “Song of Myself” “Il Canto di Me Stesso”. Questo poemetto in 52 liriche spazia nel credo intellettuale e spirituale del poeta in lungo e in largo; ma tra i tanti argomenti trattabili è interessante fermarsi su un aspetto: la meraviglia.

Andando indietro nella storia, si ha una delle prime attestazioni della meraviglia in Aristotele, quando dice “διὰ γὰρ τὸ θαυμάζειν οἱ ἄνθρωποι καὶ νῦν καὶ τὸ πρῶτον ἤρξαντο φιλοσοφεῖν” che significa “un tempo, come ora, gli uomini cominciarono a filosofare a causa della meraviglia”. Per filosofare Aristotele intende pensare criticamente, giudicare, analizzare; non parla solo dell’elucubrazione astratta, inarrivabile per le persone normali ma raggiungibile solo per i filosofi. Infatti tutti possiamo pensare, giudicare, criticare, analizzare: ed è proprio questo presupposto che spinge il filosofo greco a dire che tutti gli uomini sono filosofi. Aristotele porta come causa prima dell’amore per il sapere (filo-sofia) la meraviglia. Si tratta di un sentimento difficile da spiegare, e come esempio chiarificatore potremmo utilizzare la lingua latina. “Meraviglia” deriva dal latino “mirabilia”, letteralmente “cose mirabili”, ma i “mirabilia” sono anche un genere letterario particolarmente diffuso nel medioevo. Durante questo momento storico, infatti, che era ricco di pellegrini e pellegrinaggi, servivano delle guide al viaggio per chi si inoltrava in terre straniere. Perciò i “mirabilia” erano dei libri che raccontavano i luoghi salienti delle mete da viaggio che i pellegrini andavano a scoprire. Da ciò possiamo capire che con “mirabilia” si intendeva posti innanzitutto ignoti e in secondo luogo affascinanti, belli, meravigliosi.

Così abbiamo definito le due caratteristiche di tutto ciò che è meraviglioso: è bello e sconosciuto. Ciò che è ignoto scatena in noi fascinazione ma anche paura. Perciò la meraviglia talvolta può essere associata anche allo spavento per qualcosa di inaspettato. Questo sentimento di paura verso l’ignoto, e di conseguente meraviglia, è stato, per esempio, espresso da Leopardi nel celebre verso “ove per poco il cor non si spaura”. In più qualcosa di meraviglioso, pur essendo spaventevole, è sempre bello e sublime. Il sapere quindi per Aristotele nasce dalla consapevolezza della bellezza della realtà ancora da scoprire e conoscere. L’uomo veramente filosofo è curioso di tutto, perché sa quanto è bello il mondo che deve ancora scorgere. Questa è la meraviglia di cui parla Aristotele, ma, tornando a Whitman, il poeta americano fa un ragionamento ancora differente. La sua meraviglia parte da un principio simile a quello di cui parla Tommaso d’Aquino, quando spiega il motivo per cui ha cominciato a filosofare.

Il filosofo aquinate parte dallo stupore dell’esistenza. Egli si accorge che tutto esiste, quando poteva non essere, infatti caratteristica fondamentale della realtà è la contingenza. Per contingenza si intende la possibilità delle cose di essere come di non essere. Se il ragionamento pare troppo astruso, facciamo un esempio per chiarire. Un fiore che sfolgora al bordo di un campo è meraviglioso, perchè un aratro poteva reciderlo, la pioggia poteva afflosciarlo, o la notte poteva richiuderlo; ma tutto ciò non è successo, e quel fiore risplende nel giorno. Applichiamo questo esempio alla realtà tutta, e scopriamo che le cose potevano non esistere ma ci sono, e questo è un miracolo. Dante parte da questo presupposto, fatto notare da San Tommaso, infatti non ha paura di paragonare anche le cose più divine ai più semplici enti naturali o umani: perché secondo la legge della contingenza tutto è un miracolo, e tutto è degno della nostra attenzione. Se pensiamo in questi termini tutto acquisterà valore e importanza ai nostri occhi. Trasliamo questi pensieri su Whitman, e il gioco è fatto.  Ma adesso facciamo parlare lui e i suoi versi.

(Song of Myself, 6)

Che cos’è l’erba? Disse un fanciullo e me la porgeva a

      piene mani 

[…]

Forse è il fazzoletto del Signore,

un dono profumato, un souvenir lasciato cadere 

      ad arte,

che porta il nome del proprietario forse in qualche angolo,

      che noi possiamo vedere e notare, e dire Di chi sarà?

(Song of Myself, 13)

In me l’accarezzatore della vita ovunque io vada, avanti

       o indietro spingendomi,

piegandomi su nicchie appartate e minori, non trascurando

       alcuno o alcunchè,

tutto assorbo per me e per questo canto. 

[…]

Io credo in quei propositi alati,

e riconosco il rosso, il giallo e il bianco che giocano dentro

       di me,

e vedo che il verde e il viola e il ciuffo di piume non sono

       lì per caso,

e non dichiaro indegna la tartaruga solo perchè non è

       qualcos’altro,

e la ghiandaia dei boschi non ha certo studiato solfeggio

       ma a me pare che trilli mica male,

e basta un’occhiata della giumenta baia a farmi rinsavire. 

(Song of Myself, 24)

Sono pazzo di me, ce n’è così tanto, e tutto così prelibato,

ogni istante e accadimento mi fa tremare di gioia,

non so spiegare come mi si flettano le caviglie, né come 

       nasca il mio più vago desiderio,

né l’amicizia che emano, né l’amicizia che accolgo.

Quando salgo i gradini di casa mi stupisco di poterlo fare

       davvero,

un convolvolo alla mie finestre mi soddisfa di più della

       metafisica dei libri. 

(Song of Myself, 31)

Credo che un filo d’erba non valga meno del lavoro

       giornaliero delle stelle,

e la formica è parimenti perfetta, e un granello di sabbia,

       e l’uovo dello scricciolo,

e il rospo volante è un capolavoro dei più alti,

e il rovo rampicante potrebbe adornare i salotti del cielo,

e la più stretta linea della mia mano se la può ridere di

       ogni meccanismo,

e la vacca che rumina a testa bassa supera ogni statuta,

e un topo è un miracolo sufficiente a far vacillare miriadi

        di miscredenti. 

(Song of Myself, 48)

Ho detto che l’anima non vale più del corpo,

e ho detto che il corpo non vale più dell’anima,

e nulla, manco Dio, è più grande dell’io di chiunque,

e chiunque cammini senza simpatia anche solo per poche iarde

       sta andando al proprio funerale, avvolto nel sudario,

e io o voi senza un soldo in tasca possiamo comprare il 

        meglio che ci sia al mondo,

e un solo colpo d’occhio o mostrare un fagiolo nel baccello

        scompiglia lo scibile di ogni tempo,

e non v’è commercio o impiego in cui un giovane che lo 

        esercita non possa diventare un eroe,

e non v’è oggetto così molle che non possa far da mozzo 

        alla ruota dell’universo, 

e dico a ogni uomo o donna, Che la tua anima stia serena 

       e composta di fronte a un milione di universi.

[….]

Odo e contemplo Dio in ogni oggetto, eppure Dio non

       lo capisco proprio,

nè capisco cosa possa essere più meraviglioso di me.

Perché dovrei desiderare di vedere Dio meglio che in questo

       stesso giorno?

Io vedo qualcosa di Dio in ognuna delle ventiquattro ore,

       anzi in ogni attimo,

nei visi degli uomini e donne vedo Dio, e nel mio stesso viso

       allo specchio,

trovo lettere di Dio lasciate cadere per strada, e ciascuna 

       è firmata col nome di Dio,

e le lascio dove sono, perchè so che ovunque vada 

altre ne arriveranno puntualmente per l’eternità. 

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