• venerdì , 22 Gennaio 2021

L’ultima preghiera di Faber

“Chi canta prega due volte” diceva Agostino, e non è strano avvicinare tale affermazione a Fabrizio De Andrè, che oggi, l’undici gennaio di ventidue anni fa ci lasciava. Ogni canzone di Fabrizio è una preghiera. Ma verso quale Dio? Difficile dirlo: ha sempre avuto un rapporto complesso con le istituzioni religiose, che non perdeva occasione di sferzare con versi infuocati, ed altrettanto complesso è stato il suo rapporto con Dio. Un rapporto lungo tutta la sua vita, che forse trova compimento nel suo ultimo album, ovvero Anime Salve.

Per definire il Dio di Faber possiamo chiedere aiuto ad un poeta greco di nome Nikos Kazantzakis. Nella sua Odissea, il poeta, scrive “Il pane e il cibo sono buoni, ma sazia assai di più/ la fiamma disumana che scaturisce dai ventri oscuri:/ e questa fiamma a me piace chiamarla Dio”. Dio è la fiamma disumana (nel senso di non-umano) che ci riempie e svuota al contempo, che ci innalza al cielo e che ci schiaccia per terra, che ci chiama nella notte più buia per farci mirare le stelle del cammino. Si può dire che sostanzialmente Faber credeva in un Dio di questo tipo. Guardiamo perciò all’ultimo album di Fabrizio, quello che più di tutti ha esplicitato questo rapporto: e dell’ultimo album prendiamo l’ultima canzone, ovvero Smisurata Preghiera.

Si tratta di una poesia incredibile, di fattura inarrivata, di eloquenza ineffabile. Probabilmente è profano tentare di analizzare un capolavoro così alto, ma tentiamo almeno di dare una linea di lettura del testo. La canzone si apre con due strofe che raccontano la maggioranza e il suo imperante troneggiare sulla nostra società. In un intervista Fabrizio dice “La cosa che più temo è che l’autorità tramite il consenso della maggioranza, lasci le maggioranze stesse libere di scegliere come comportarsi con le minoranze, emarginandole e non tollerandole [..] questo ingenererebbe un grave delitto storico e culturale, ovvero il non approfittare di quanto queste minoranze offrono attraverso i loro differenti  comportamenti: comportamenti che per altro vengono vissuti solo col desiderio di rassomigliare a se stessi. Si perderebbero molti dati culturali di cui il nostro mondo potrebbe arricchirsi ”.

Queste minoranze sono ovviamente quei gruppi di uomini che numericamente sono inferiori a tutti gli altri e culturalmente diversi. Tuttavia tra fra loro possiamo anche inserirci i singoli uomini, che coscientemente hanno deciso di non conformarsi coi dettami massificati della legione dei più. La maggioranza quindi, secondo la canzone, “sta: come un una malattia/ come una sfortuna/ come un’anestesia/ come un’abitudine.” Alla maggioranza Faber contrappone tutti gli altri: le minoranze, intese come quel gregge di pecorelle smarrite che disperatamente, ma con grazia e amore, cercano il loro pastore, per “consegnare alla morte una goccia di splendore”. Quest’ultima frase è così potente da spalancare i cuori di chi davvero capisce quel che Fabrizio sta dicendo. “Consegnare alla morte una goccia di splendore” significa far sì che questa vita non si perda nel buio del nulla, ma, piuttosto, che, nel momento stesso in cui si consegni alla sua fine, lasci una luce, a dirne il valore indimenticabile, che possa essere d’aiuto a chi dopo verrà, con lo stesso obbiettivo. Allora poi il testo della canzone finisce, con una vera e propria invocazione a Dio. 

“Ricorda Signore questi servi disobbedienti

Alle leggi del branco

Non dimenticare il loro volto

Che dopo tanto sbandare

È appena giusto che la fortuna li aiuti

Come una svista

Come un’anomalia

Come una distrazione

Come un dovere”

Ecco chi ha cantato Faber per tutta la vita: i servi disobbedienti alle leggi del branco. Tutti siamo servi di Dio, di quella fiamma vitale e misteriosa; ma sta, allo stesso tempo, a noi scegliere se seguire o meno le leggi del branco. Particolarmente importante è poi l’ultimo verso: “Come un dovere”. Aiutare, in tutti i modi, cantando o scrivendo, facendo politica o lavorando normalmente, gli ultimi, i derelitti delle città, i dimenticati dai falsi salmi della nostra civiltà, è un dovere, un imperativo morale, che Fabrizio ha servito a pieno. Ma questa canzone ha una particolarità: dura 7:08 minuti, ma le parole terminano a 2:55. Ci sono quattro minuti abbondanti di strumentale, di musica, di silenzio. Pensare che un cantautore, ovvero una persona che fa della parola il suo pane quotidiano, finisca la sua carriera rimanendo muto davanti alla grandezza di Dio è qualcosa di immensa umiltà e grazia. Il silenzio è la parola taciuta del mistero, che non può essere detto ma solo intuito nel suono assordante che fa Dio con il suo inudibile concerto di vita e di morte. Grazie Fabrizio per questo ennesimo capolavoro. Ti ricordiamo in questo giorno come la nostra voce mancata, che tu hai riempito di sogni, parole, un ridere rauco e nemmeno un rimpianto.

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