• mercoledì , 3 Marzo 2021

Politically (s)correct

La bufera che ha investito il noto marchio di pasta “La Molisana” ormai è su tutti i social e su tutti i siti di informazione. La colpa di cui si sarebbe macchiata la nota azienda è quella di aver messo in commercio un tipo di pasta dal nome “Abissine” che fa riferimento alla conquista dell’Abissinia (poi Etiopia) sotto il regime fascista. Questo è solo l’ultimo di una lunga lista di esempi di reazioni esagerate, eccessive e a tratti fastidiose, che la comunicazione sta creando sui vari aspetti del variegato mondo culturale. Si costruiscono casi dove spesso neanche ci sarebbero i presupposti, si innalzano barriere, si sollevano polveroni. Fin qui tutto superabile: poi, però si arriva all’ostracismo, palese o nascosto, al boicottaggio, alla censura implicita di tutto quello che non è “politically correct”.

“Politically correct” deriva dall’espressione anglosassone “political correctness”, cioè “correttezza politica” e la traduzione italiana “politicamente corretto” non rispecchia appieno la profondità e l’ampiezza di questa locuzione, che non si limita alla politica. In quest’ottica vengono giudicati testi e video musicali, serie TV, film, sport. In Svezia, roccaforte del politicamente corretto, persino l’urbanistica e la nomenclatura delle strade hanno entrambe subito l’accusa di misoginia. Persino i grandi classici della Disney non sono immuni da queste critiche, che colpiscono film come gli “Aristogatti”, accusato di razzismo per l’apparizione di gatti con il muso giallo o “Dumbo”, che contiene l’esibizione di corvi che secondo alcuni irridono lo schiavismo.

E’ chiaro che oggigiorno l’atteggiamento di rispetto e di inclusività verso le categorie socio-culturali maggiormente soggette a discriminazione e verso le minoranze sta assumendo dei tratti paradossali, quasi ridicoli. Migliaia di persone, sui social e non solo, si proclamano paladini dell’uguaglianza, conducono battaglie su dettagli insignificanti, interpretati negativamente e bollano coloro che non seguono il loro pensiero alla lettera come “razzisti”, “omofobi”, o tanti altri termini offensivi fuori luogo.

Il politically correct, altre volte, si riduce puramente all’ ipocrisia. In questo senso l’accanimento nell’evitare un linguaggio politicamente scorretto è un paravento dietro al quale nascondere preconcetti, intolleranze e razzismo. Questo atteggiamento si traduce in azioni e comportamenti evidentemente in antitesi con questa tolleranza di facciata. È però chiaro a tutti che l’evitare o meno una certa parola offensiva, non rende la persona meno razzista.

Al di là di qualunque insulto o pregiudizio, il vero mutamento di mentalità si può ottenere soltanto con un cambiamento culturale tanto profondo da vincere l’ideologia del “politicamente scorretto” così radicata nella nostra cultura. Dipende tutto dalle generazioni future, infatti soltanto il tempo potrà dirci come cambierà il pensiero collettivo,

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