• giovedì , 9 Dicembre 2021

Accossato, il curioso tra scuola e campi da calcio

di Giorgia Versino e Elena Battaglia

Durante una redazione del Salice i professori più votati da un sondaggio sono stati sottoposti ad un’intervista dai nostri redattori su più aspetti della loro vita, da quelli più personali a quelli lavorativi, scoprendo qualche “segreto” nascosto. Il colloquio era la “prova pratica” dopo alcune lezioni proprio su come si può fare una buona intervista. Tra i tre prescelti, ecco il volto di Paolo Accossato, insegnante di Lettere e Latino, direttore del Salice e Vicepreside della scuola. Alle domande poste con curiosità dalla redazione ha risposto quanto segue.

Due suoi pregi e due difetti in quattro aggettivi.

“Per me un pregio è essere costante e organizzato, una persona che quando decide qualcosa, quello è. In secondo luogo direi sincero: può essere un difetto quando qualche volta sarebbe meglio dire qualche benevole bugia, ma per me la sincerità è fondamentale. Qualche difetto: alcune volte insicuro per quanto non in un ambito scolastico e in alcuni momenti ostinato, che è la faccia opposta della costanza”

Come fa a separare la persona sicura con cui si presenta a scuola con le insicurezze?

“Ci sono insicurezze con cui ciascuno di noi naturalmente convive, scelte difficili sui cui è impossibile non avere dubbi. Diffido di chi ha soltanto certezze. In classe un professore manifesta la sua sicurezza sulla materia, qualche volta l’allievo può percepire questa situazione come la trasposizione della vita ma non sempre è così. E aggiungo, per fortuna”

Come ha conosciuto sua moglie?

“Nel 1988 ad un concerto di Luca Carboni. Mia moglie era compagna di classe di mia cugina e Valsalice era solo maschile; quindi se il sabato sera si voleva uscire con un gruppo più variegato, bisognava trovare altri gruppi ”

Il suo amore per Dante è innegabile, ma è vero che ha partecipato ad un programma televisivo inerente al Sommo Poeta e alla Divina Commedia?

“Fake news totale! Il mio amore per Dante nasce sui banchi di scuola grazie al mio insegnate dell’epoca che si chiamava Don Fausto. Le sue spiegazioni, molto coinvolgenti, hanno permesso che questa diventasse la disciplina che più ho fatto mia. Durante l’Università ho avuto modo di approfondirlo e per me continua ad essere l’autore più umano e più poliedrico in assoluto. Qualche anno fa nel rifacimento di “Lascia o raddoppia”, storico quiz di Mike Buongiorno un concorrente portò Dante come materia a scelta per le domande. Da casa provavo a rispondere alle questioni in maniera più corretta rispetto al concorrente. In tv però ci sono andato perchè per quattro anni ho anche condotto una trasmissione televisiva sportiva in una tv locale. Un’esperienza in diretta che mi ha insegnato molto anche per la scuola perchè ho imparato a come stare davanti ad un pubblico.”

In questo momento lei si stente totalmente o parzialmente realizzato?

“Che domanda ontologica! Credo di sì, se a cinquant’anni non ti senti realizzato, vuol dire che qualcosa hai sbagliato. Tutto quello che faccio mi piace e questa per me è una grande fortuna, insieme alla famiglia a cui voglio bene. Ho il lavoro che ho sempre voluto fare. La maestra delle elementari mi disse che il primo temino da me scritto riportava che io da grande avrei voluto fare il docente e giornalista. Quindi a sei anni già avevo tracciato il mio futuro anche se i miei genitori mi hanno sempre riferito che da piccolo volevo fare il Papa.”

Nel tempo libero, quando non è preso dal lavoro, cosa fa?

“Nell’otium, tutt’altro che letterario, mi piace molto giocare a tennis. Soprattutto d’estate, quando posso, vado paio di volte a settimana soprattutto con i prof. Giubergia e Codebò.

In alternativa, televisione: film, non serie tv, non ho la pazienza di seguirle. Oppure sport, non tanto il calcio, perché con il mio lavoro per La Stampa ormai mi esce dalle orecchie. Su tutti basket NBA e tennis ma sono onnivoro in questo senso. Basta che ci sia competizione, anche nel biliardo, e mi sintonizzo. Per molti anni ho seguito dal vivo la Formula Uno e andavo a vedere i gran premi a Monza e Imola. Negli anni ’80 e ’90 avevo come idolo un pilota, Nigel Mansell. Su di lui ho anche scritto uno dei miei primi pezzi sul Salice.”

L’Università che ha scelto è stata in funzione dell’insegnamento o del giornalismo?

“Dopo il Liceo Classico, volevo scegliere un’Università che proponesse discipline a me affini, quindi ho escluso tutte le facoltà scientifiche. In più, che mi desse la possibilità di portare avanti le mie due grandi passioni: insegnare e scrivere. Lettere classiche mi forniva le opportunità per docenza e scrittura. Già durante l’Università scrivevo per la Stampa, perché avevo anche materialmente il tempo di andare a vedere le partite, dato che non c’era la frequenza obbligatoria.  Insomma, questa facoltà univa i tre aspetti che più desideravo: possibilità di insegnare, giornalismo e ambito umanistico.”

Nonostante tutti i suoi impegni lei è sempre riuscito a trovare il tempo per sua moglie?

“Tante volte, e questo è un piccolo rammarico, ho dovuto compiere qualche piccolo sacrificio a livello famigliare per il lavoro. I sacrifici sono sempre stati condivisi, mai egoistici: un esempio è che tutte le domeniche dal 1989 esco dalle due del pomeriggio e finisco di lavorare alle otto di sera. Non c’è domenica che passi con la mia famiglia. Anche quando andiamo a sciare parto il venerdì sera e torniamo il sabato perché la domenica ci sono le partite. Si cerca di vivere al massimo quando si sta insieme.”

Lei ha un sogno che non è riuscito ancora a realizzare?

“Magari alla fine della mia carriera da insegnante, vorrei essere ricordato complessivamente con affetto dai miei allievi perché vuol dire che ho lavorato bene, e che la mia vita è stata spesa al meglio”

C’è una frase o citazione che le sta particolarmente a cuore?

“Sì, ce n’è una che ho messo come intestazione della mia laurea, tratta dall’Inferno di Dante: “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”. Ma non tanto nel senso dantesco di volersi spingere oltre il limite quanto in quello di essere sempre curiosi riguardo al mondo. Non inaridirsi, non dar per scontato nulla, aver sempre voglia di fare. Dopo molti anni in cui si svolge lo stesso mestiere è normale perdere l’enfasi iniziale, ma è quello che io voglio impedire. Banalmente anche solo con il Salice, mettersi in gioco sempre e comunque.”

E’ vero che ha rifiutato di pubblicare la sua tesi di laurea di Inghilterra? Se sì perché? Se n’è poi pentito?

“E’ assolutamente vero. Perché mai andare nella perfida Albione, in quella che è stata una provincia romana? A parte gli scherzi, dato che è stato un lavoro di ricerca, la professoressa della tesi mi ha proposto di completare lo studio per una futura pubblicazione in Inghilterra. Solo che era il 1995, già scrivevo per il giornale e andare in Inghilterra per un anno significava lasciarlo. Mi sono chiesto cosa volessi fare: se una carriera in ambito universitario o insegnare in ambito liceale. Ho scelto la seconda e sono rimasto in Italia. Il mio inglese non è mai stato eccezionale, avrei avuto modo di migliorarlo o impararlo del tutto, ma ho scelto diversamente. Nel giro di pochi mesi sono stato assunto a Valsalice quindi non me ne pento affatto. Sono contento così.”

Era molto rigido all’inizio della sua carriera come professore?

“Se a 25 anni, quando ho iniziato ad insegnare, non ti comporti un po’ alla “Hitler”, se non sei duro, severo ed intransigente, non ne esci. Nel momento in cui ti fai una nomea tutto diventa più semplice anche con l’esperienza che acquisisci.”

Pregi e difetti dell’insegnamento?

“La cosa più bella, senza ombra di dubbio, siete voi. I ragazzi. Il motivo per cui ho iniziato ad insegnare è stata la passione educativa e il fatto di poter comunicare qualcosa agli altri. Preferisco avere un contatto, una relazione con i ragazzi, rispetto alla ricerca. È bello il senso dell’insegnare: ogni anno la materia trasmessa è sostanzialmente la stessa ma a cambiare sono le persone e allora ogni volta è un’avventura diversa. Un’altra cosa bella, ovviamente, è la relazione che c’è con i colleghi, perché si fa squadra.

Come cose “brutte” e noiose,  sicuramente correggere i compiti, maree di compiti. Dopo un po’ diventa un po’ pesante. Ogni anno arrivo ad avere, più o meno, 1500 compiti da valutare.”

Momento più bello del suo ultimo anno di liceo?

“Lo ricordo molto bene: la preparazione alla maturità. L’ho vissuto come un rito di passaggio per la mia vita. Mi sono sentito uno studente ma anche un adulto, non più il numero sul banco che deve studiare per il voto.  Invece durante l’anno, forse il giorno in cui abbiamo fatto la foto di classe: ci siamo presentati tutti in giacca, cravatta e pantaloncini da mare. Eravamo una classe un po’ scapestrata, è stato il nostro momento di ribellione da diciottenni.”

Lei prima non ha parlato di libri negli hobby, quali libri le piace leggere?

“La lettura implica attenzione, concentrazione, applicazione e tempo. In estate leggo perché il tempo è maggiore. Durante l’anno non ne ho abbastanza, e questo è un mio grande rammarico. Come letture mi piacciono i testi di critica; i romanzi, ma non quelli storici; i racconti, in particolare Buzzati e Carver. E amo moltissimo “La versione di Barney” di Mordecai Richler.”

Già a 19 anni lavorava per a Stampa, come si è avvicinato al mondo del giornalismo così giovane? E si ricorda qual è stato il suo primo articolo importante?

“Ho iniziato nel 1987, con il “Piemonte sportivo”: mi piaceva il calcio e mi sono presentato fisicamente al direttore del giornale. Pochi giorni dopo ero in via Paolo della Cella a vedere la partita Ivrst-Orione Vallette. Ricirdi anche il punteggio, 6-0. Non vi immaginate il piacere di leggere il primo articolo, un modo per coronare un sogno, sentirsi, “grande”. Anche una modalità di raccontare che è sempre stata un mia passione”.

Alla Stampa in quel periodo stava nascendo la pagina della cronaca sportiva di Torino, e allora mi hanno chiamato per chiedermi se fossi interessato a fare qualche pezzo.

Il mio primo pezzo ce l’ho e me lo ricordo benissimo, pubblicato il 9 settembre 1989: era un’ intervista al presidente di una piccola squadra di 20 righe. Vedere la propria sigla in calce al pezzo sulla Stampa, come dice la pubblicità, non ha prezzo”.

Qual è stato il ricordo più bello che ha della sua infanzia?

“Andavo d’estate a Coassolo, un piccolo paese nelle valli di Lanzo, fino ai 10/11 anni. Non ricordo più di tanto un episodio, ma la dolcezza di quei momenti, mi ricordo che ero spensierato e felice. In più conservo qualche ricordo con mio papà.”

Il suo rapporto con il calcio fin da bambino: com’è possibile che lei non abbia tra gli hobby il fatto di giocare al calcio?

“Io ho sempre giocato a calcio fin da piccolo, ma mai in una squadra. Alle elementari giocavo negli intervalli, alle medie tutti oi giorni con Giorgio Bruno, con cui ci conosciamo da quando abbiamo 6 anni. Il motivo per cui non lo pratico è il fatto che ho visto tantissime partite e quindi ho più curiosità per gli altri sport.”

Nell’ultimo anno cos’è che ha trovato di positivo e che può migliorare il nostro essere?

“Per prima cosa la responsabilità che ciascuno di noi deve avere nei confronti degli altri. Questa situazione ci ha insegnato che ci deve essere più interesse e rispetto per gli altri. Come seconda cosa, fare tutto con più calma e lentezza, perché tutto quello che prima era svolto con stress e frenesia, ora può essere affrontato con più calma, permettendoci di ragionare su determinati aspetti della nostra vita. Quindi, nel mio caso, cerare di essere più sereno in famiglia.”

Da alunno di sé stesso che cosa cambierebbe e che cosa lascerebbe?

“Come insegnante direi all’Accossato studente di studiare un po’ meno e di godersela un po’ di più. Ricordo tante serate passate sui libri, una in meno magari mi avrebbe fatto vivere a pieno la scuola, cosa che a volte passava in secondo piano. Un’altra cosa che direi al me alunno è il fatto di cercare di essere più brioso e meno “perfetto”, anche nell’atteggiamento con i professori, per cercare di avere un rapporto meno ingessato.”

Avendo avuto dei periodi molto pieni, si è mai ritrovato ad aver preteso troppo da sé stesso e ad un certo punto essere costretto a mollare qualcosa o cambiare strada?

“Bella domanda. Ho avuto la fortuna di non essere mai arrivato a quel punto. Sono sempre riuscito a conciliare le mie aspirazioni, grazie alla mia famiglia, e quello che dovevo fare con le 24 ore al giorno. È chiaro che nella vita c’è sempre qualcosa che si molla, ma non ho mai rimpianto una scelta che ho fatto e non ho mai abbandonato qualcosa di enormemente importante.”

Una persona che le piacerebbe intervistare?

“Come personaggi in vita Nigel Mansell e Stefan Edberg, i due sportivi che seguivi con passione. Come personaggio storico, mi sembra logico e scontato, Dante; ma anche tutti gli autori della letteratura italiana, per capirli meglio e capire se erano davvero come noi li descriviamo.”

Il viaggio più bello che ha fatto e quello che vorrebbe fare in futuro?

“Il primo, quello post maturità: abbiamo fatto un inter-rail in Europa, girando tra gli ostelli per tre settimane in Belgio, Francia e Germania. Il secondo a 23 anni: sono andato in America con sei amici, abbiamo affittato un camper, che noi chiamavamo “Il Bestia” e abbiamo girato tutta la costa da Los Angeles a San Francisco in un mese. Adesso vorrei ritornare a vedere qualcosa di culturalmente e umanamente ricco e vivace; forse di nuovo l’America ma con un taglio diverso, soprattutto a livello culturale.”

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