• mercoledì , 29 Settembre 2021

Stefano Bove e la sua “classica” passione

Abbiamo intervistato Stefano Bove, professore di Latino e Greco e Vicepreside del liceo, maturità classica a Valsalice e laurea in Lettere antiche. Nonostante ci siamo interfacciati solo tramite la piattaforma meet, è stato certamente un incontro piacevole, differente e più aperto rispetto a quello che si tiene in classe durante le lezioni.

Qual è secondo lei ciò che rende il liceo classico un’ottima strada da intraprendere? 

Prima era molto più mnemonico, più meticoloso, portava a uno studio matto; adesso deve affrontare nuove sfide e sta cambiando. Basta dire che insegna il metodo di studio e a ragionare: tante altre scuole lo fanno! Il liceo classico aiuta a capire più degli altri sulle sfaccettature del prisma che è la vita. Oltre ad avere una completezza di informazione che non ha nessun’altra scuola, dà una grande capacità di discernimento, cioè permette di distinguere le cose e di comprendere quali sono le più importanti: questo serve per la vita e anche per l’università. Oggi c’è un maggiore legame tra il passato e il presente: fa riflettere su come la vita dei personaggi delle opere non era così diversa nelle dinamiche essenziali rispetto a quella di oggi. Gli interessi, la sensibilità, le aspettative, le speranze e le sofferenze erano simili a quelle odierne. Il bello è la ricerca dell’uomo moderno nelle pagine di quegli autori. Grazie a questo non ti senti solo, ma membro di una comunità, di una famiglia, di quella humanitas e di quella filantropia di cui tanto si parla. 

Cosa l’ha portata ad approfondire gli studi classici anche all’università?

Sicuramente la passione trasmessami dagli insegnanti. Sono in particolar modo rimasto stregato dallo studio della letteratura antica svolto con il professor Uglione nel triennio, che mi ha permesso di capire come queste due lingue siano la base del pensiero.

Il professor Bove con il professor Uglione a “Incontri con gli Antichi”

Come ha affrontato il liceo da studente? Ha qualche consiglio da darci? 

Ci ho messo un grandissimo impegno, ma non ho mai fatto le nottate. Al massimo mi svegliavo presto al mattino per ripassare. All’epoca c’erano solo la scuola e l’oratorio. Non facevo attività agonistica o corsi particolari. Oggi voi avete molti più impegni. Il consiglio è di studiare, ma dedicando tempo anche alle passioni.

Che lavoro faceva prima di venire a Valsalice?

Mi sono laureato a febbraio 1998 quando ero in pieno servizio civile, dal quale mi sono congedato a ottobre. In quell’anno scolastico il direttore di Valsalice, don Avagnina, mi chiamò per offrirmi una cattedra: però prima di ottobre non potevo iniziare, mentre Valsalice cominciava a settembre: così persi il treno. Volevo fare il dottorato ma il prof della tesi mi sconsigliò e io mi scoraggiai. A ottobre mi congedai e il direttore dell’Agnelli mi chiamò per farmi insegnare Italiano e Storia all’elettronica e all’elettrotecnica. All’inizio fu dura però è stata una bellissima esperienza. L’anno dopo Valsalice aveva di nuovo bisogno di me: andai in crisi perché all’Agnelli mi trovavo bene, sia con i ragazzi che con i colleghi, ma Valsalice era la scuola dove avevo fatto il liceo. Per fortuna un salesiano dell’Agnelli, don Tessore, mi chiamò e mi disse: “Ma sei scemo? Ma tu sei laureato in Latino e Greco, cosa stai a fare qua all’Agnelli, ma vai a Valsalice, hai anche dei dubbi?”. E allora mi convinsi ad accettare l’offerta di don Avagnina, il che significò insegnare al liceo, cosa importante per un laureato in lettere classiche.

Perché ha deciso di insegnare e cosa significa per lei? 

In realtà volevo insegnare all’Università. Ero un secchione, diplomato e laureato con il massimo dei voti. Però la vita è fatta di sliding doors: per me le porte sono state il professore dell’università che mi ha sconsigliato e la telefonata del direttore dell’Agnelli. Ricevere la busta paga a 24 anni porta l’indipendenza e a una svolta nella propria vita. Poi se uno vuole fare il docente universitario un minimo la fiammella dell’insegnamento ce l’ha. E io oltre a quella avevo anche la fiammella dello stare con i ragazzi. Essere professore vuol dire essere se stessi, sinceri e trasparenti. La testimonianza la dai essendo te stesso, dicendo cosa ti piace e cosa no, cosa è importante e cosa meno. Poi saranno i ragazzi a capire se è così anche per loro. Il professore non è un ruolo, ma è un essere umano, anche con le sue fragilità.

Com’è stato ritrovare i suoi insegnanti come colleghi?

Don Maj mi dava del tu da studente e poi del lei da colleghi: c’era un rapporto amichevole ma formale. Non mi ha mai fatto gli auguri di compleanno (ha un’agenda con i numeri anche di studenti molto vecchi per gli auguri). Gardino, a inizio carriera, era un mio prof nel ginnasio, e adesso siamo molto amici. Con Uglione all’inizio c’era soggezione, ma adesso siamo amici e anche se è in pensione ci sentiamo. Rosso non ha un buon ricordo di me come “atleta”. Quando si faceva il salto a ostacoli chiedevo sempre di reggergli il registro e lui mi dava un 6 politico. Giocare a pallone mi salvava per i voti.

Per lei qual è la caratteristica che rende unico Valsalice rispetto alle altre scuole? 

Il rapporto umano con gli studenti, ai quali noi prof vogliamo bene, e l’amicizia tra gli insegnanti, cosa rara nelle altre scuole.

A quali dei professori offrirebbe volentieri un pranzo?

Con Bruno, Accossato, Croce e Borrione abbiamo la tradizione di fare una gita almeno una volta all’anno fuori da Torino. Anche qui andiamo a mangiare fuori, o io li invito a casa per una cena perché mi piace cucinare.

Com’è stato vivere il lockdown…? 

Lo abbiamo affrontato alla giornata, cercando di risolvere innanzitutto i problemi quotidiani, come tenere impegnati i bambini. Davamo una scansione regolare alle giornate: al mattino io lavoravo e mia moglie stava con i bambini, al pomeriggio ci invertivamo; alla sera facevamo sfogare i bambini nel cortile condominiale.

…e affrontare la didattica a distanza?

All’inizio c’era curiosità. Poi la stanchezza dell’interagire solo tramite lo schermo. Poi è arrivata anche la frustrazione perché ho capito che la grammatica e le versioni non sono argomenti adatti alla DaD.  L’assenza di contatto umano è molto difficile: per me è una violenza, quando si è a scuola, stare alla cattedra con la mascherina o non poter dare una pacca sulla spalla, ma mi attengo alle regole. Siamo animali sociali: abbiamo bisogno di interagire, di sguardi veri, di fisicità.

Cosa cambierebbe del suo passato e dove si vede fra 10 anni?

Purtroppo non ho dato sufficiente attenzione alla carriera dello speaker, cioè al lavoro in radio, alla recitazione a livello professionistico o al doppiaggio. Tra 10 anni mi vedo sempre a Valsalice ma, con i bimbi cresciuti, impegnato in modo più stabile nell’editoria, che ho già frequentato per il libro di latino, La lingua delle radici, e sto frequentando ancora adesso per collaborazioni estemporanee.

Se potesse interpretare un personaggio in una qualsiasi delle tragedie greche, chi sceglierebbe?

Edipo. È il personaggio più umano, quello a cui la vita ha riservato maggiori sorprese e sofferenze. È il personaggio più completo e bello e che attira una maggiore empatia.

Quando è stata la sua prima volta allo stadio a vedere il suo amato Toro?

La prima volta è stata indimenticabile: avevo 10 anni ed ero andato a vedere il famoso derby della rimonta da 2-0 a 3-2 in 3 minuti e 40 secondi. Ero nella curva della Juve con un mio cugino juventino. Al gol del 2-1 alzai le mani per festeggiare: vicino a noi c’erano persone per bene, ma dal centro della curva qualcuno mi ha visto. Mio cugino impallidì e chiese ai nostri vicini di proteggermi in caso di rissa. Era molto più pericoloso andare allo stadio. Dunque è stato un mix di gioia e paura.

Quali sono i suoi 3 film preferiti?

  • Big Fish – Tim Burton
  • Gran Torino – Clint Eastwood
  • Mulholland Drive – David Lynch

Ma anche i film di Stanley Kubrick, Quentin Tarantino, Martin Scorsese e molti altri.

Qual è il suo libro preferito?

Un libro molto complesso, di grande intensità: la Montagna Incantata – Thomas Mann.

Qual è il suo autore preferito di letteratura contemporanea?

Tra gli stranieri appunto Thomas Mann, tra gli italiani Cesare Pavese.

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