• mercoledì , 8 Dicembre 2021

Personaggi in cerca d’autore: Liliana Segre

di Elena Battaglia

“Nel 1944, quando fummo deportati a Birkenau, ero una ragazza di quattordici anni, stupita dall’orrore e dalla cattiveria. Sprofondata nella solitudine, nel freddo e nella fame. Non capivo neanche dove mi avessero portato: nessuno allora sapeva di Auschwitz.”

Nessuno sapeva, e chi sapeva taceva.

Nasce nel 1930, a Milano, Liliana Segre: una bambina che credeva di vivere una vita normale, fatta di sogni e speranze, delusioni e ambizioni ed invece la storia le ha stravolto le carte in tavola.

Di famiglia ebraica vive con il padre Alberto Segre e i nonni paterni in corso Magenta, ma orfana di madre sin dall’età di un anno.

Poi, nel 1938 le leggi razziali: i limiti sul lavoro, il voltafaccia degli amici e l’espulsione da scuola, che lei ricorda bene. Sono a Premeno presso il lago Maggiore, a tavola, lei, il padre ed i nonni. Il padre è imbarazzato e a lei basta uno sguardo per decifrare il volto dell’uomo che la tratta come una principessa, che la fa sentire speciale.

Sei stata espulsa da scuola” dice “perché sei ebrea”; “cosa vuol dire?” si domanda, e i perché cominciano ad affollarsi nella sua mente, la sua non è mai stata una famiglia molto religiosa ed allora si pone domande su domande. Tutto ha avuto inizio a quella tavola ed è finito ad Auschwitz.

Comincia davvero a capire qualcosa quando le sue compagne di scuola non si fanno più sentire. Solo tre su venticinque si interessano ancora a lei. Ma ancora più terribile è la maestra, che si lava le mani dicendo che non è colpa sua se esistono le leggi razziali.

Scoppia la guerra con la caccia all’ebreo, lei si nasconde presso alcuni amici con documenti falsi e con il padre tenta poi di fuggire a Lugano in Svizzera, tra i boschi. Come clandestini, come animali selvatici, ma viene intercettata da un soldato tedesco che li ha, di conseguenza, condannati  alla morte.

Il 30 gennaio del 1944 viene caricata sul treno, mano nella mano con il papà, in un vagone chiamato bestiame, coperto di paglia, senza cibo acqua, solo un secchio per i bisogni, da un binario, il 21. Non quello da cui si parte, ma quello da cui non si fa ritorno.

La loro, sua e delle altre 605 persone presenti, unica colpa è quella di esser nati. Non hanno commesso nessun’altro crimine, ma sono costretti ad un viaggio di cui nessuno conosce la terribile stazione finale. Di quella settimana lei si ricorda i pianti, le preghiere, ma se davvero ci pensa, solo il silenzio, che anticipa la morte.

All’arrivo è separata da suo padre, che morirà nel campo, e dai suoi nonni, che faranno la stessa fine. Lei è impiegata come schiava operaia nella fabbrica di munizioni. Forse proprio quello l’ha salvata: il lavoro al coperto l’ha risparmiata dalle intemperie, dal freddo a cui sono sottoposti molti altri, obbligati ad eseguire lavori inutili, con il solo scopo di soccombere sotto lo strazio, così che i Tedeschi non devono sprecare materiale prezioso per la guerra.

Al mattino vengono svegliate, con percosse e bastonate, disposte per l’appello all’esterno con il solo pigiama a righe fatto con cotone rigenerato, con il quale sopporta due inverni. Per il lavoro vengono portate fuori dal campo, in cui tornano alla fine della giornata. È per loro una liberazione: lasciarsi alle spalle i pianti, il fumo, i mucchi di scheletri pronti per essere bruciati, è fantastico uscire. Poi tornano a piedi, affondano nel fango, nella neve, ma non possono riposarsi: c’è la visione del crematorio e a seconda del fumo, capiscono se abbia già lavorato o meno.

Viene dato loro un pezzo di pane, sognato per tutto il giorno.

E poi la notte, di cui non si parla mai: la notte dei lager. Si sentono le grida di coloro che vanno nei gas, i pianti strazianti delle madri per i bambini, di tutte le lingue d’Europa, dei mariti per le mogli.

Rimane in quel lager fino alla primavera del 1945. Il 27 gennaio, oggi ricordato come giorno della memoria, i Sovietici entrano ad Auschwitz  ma non lo liberano, in quanto i Nazisti non ci sono più. Hanno intrapreso circa dieci giorni prima quella che si ricorda essere una marcia della morte, in cui hanno portato con sé i prigionieri sani, molti dei quali periscono durante il tragitto. Liliana Segre è tra quelli. Lei dice sempre, ai ragazzi a cui si rivolge quando racconta la sua vicenda: “una gamba davanti all’altra, non puoi cadere, non puoi morire, se cadi, non resterai qui, con un colpo alla testa i soldati hanno l’ordine di ucciderti.”

Ed in una di queste marce, la più celebre, lei ha la possibilità di vendicarsi: l’ultimo giorno, il soldato che cammina accanto a lei inizia a spogliarsi, per confondersi tra i deportati, e butta a terra la pistola. Lei è nutrita di odio e di vendetta, pensa: “Prendo la pistola e gli sparo”. Le sembra la cosa giusta da fare. Ma lei non è come lui. Non è un’assassina. È una donna di pace. Lo è diventata in quel momento, ed ha scelto di non sparare.

Quando può tornare a casa, con grande fatica, riesce a trovare i parenti materni, dai quali viene presto accolta, ma la permanenza nel lager,  l’ha cambiata. È diventata un’animale selvaggio, ferito, ha perso l’educazione imparata e che si addice ad una famiglia borghese.

A farla tornare ad essere quella principessa amata dal papà, è l’amore per un giovane. Ha diciott’anni,  nell’estate, incontra un uomo di dieci anni più vecchio di lei, che le ricorda molto il padre amato e perduto: Alfredo Belli Paci. Lei è innamorata e la sorpresa, è che lui ricambia il suo sentimento. I due presto si sposano e con i tre figli nati, pongono un velo sul loro passato, dal momento che anche il marito ha sofferto nei campi di concentramento, per essersi opposto alla repubblica di Salò.

Un silenzio durato decenni, ben quarantacinque anni, e poi tira fuori tutto. Diversi fatti l’hanno portata ad essere testimone della Shoah, tra cui un libro, della memoria: una sorta di elenco di nomi, in cui lei legge il suo, e questo la spinge ad abbandonare la sua egoistica, così dice, decisione di tacere.

Non pensava che sarebbe stata così necessaria la sua voce ed ha paura di quello che accadrà in futuro: “I testimoni delle persecuzioni naziste sono sempre di meno, muoiono con il passare degli anni e quando saranno scomparsi tutti, il mare dell’indifferenza e della dimenticanza si abbatterà su di noi, come ora sta facendo sopra quei corpi che annegano per cercare la libertà”.

Ma nonostante queste parole pessimistiche, lei continua a non arrendersi, come mai ha fatto. E la senatrice, dal 2018 a vita, in Senato, in televisione e  nelle scuole, non smette di smuovere gli animi e di portare il suo messaggio, che rischia, presto o tardi, di andare perduto.

Ascolta il podcast della puntata di Valsonair con lo storytelling di Elena su Liliana Segre

puntata del 11 marzo 2011
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