• giovedì , 15 Aprile 2021

Dantesco Amor

1283, Dante cammina, e camminando incontra una donna che gli cambierà la vita: Beatrice. Lei, mirabile donna, gli porge un saluto. Dante, diciottenne, ne rimane folgorato; corre a casa a distendersi sul letto, e, ragionando dell’incontro, sopragiunse un soave sonno. In sogno gli appare una nuvola di fuoco al cui interno si scorge una figura, che pronuncia le terribili parole –ego dominus tuus-. In più, in braccio alla figura, giace lei, Beatrice, dormiente e nuda, ravvolta solo d’un manto rosso. Il Signore di fuoco tiene in mano qualcosa: il cuore di Dante. Dice –vide cor tuum-. Sveglia Beatrice, e la costringe a mangiare il cuore, e lei, dubitosamente, lo morde. Dante, sconvolto, si alza dal letto, e scrive la sua prima rima ufficiale, che manderà ai poeti del suo tempo, coloro che si dilettavano a ragionar d’amore. Uno fra questi, Dante da Maiano, risponde così al giovane poeta –che lavi la tua coglia largamente/ a ciò che stinga e passi lo vapore- (ovvero: giovinotto, vatti a sciacquare i testicoli nell’acqua fredda, così che passino i bollori puerili!).

Dante nasce dall’amore e finisce nell’amore. Tutta la sua opera ha come origine quel giorno lontano, dove vide lei, che morirà giovane e lo porterà fra i cieli del paradiso. Tuttavia, l’amore in Dante non è sempre uguale, vive una profonda metamorfosi, che rende ancora più magnifica la lettura del poeta. Dalle prime righe si capisce il primo amor di Dante, la sua prima visione: furor puro. Una forza sovrastante che nulla ha a che fare con la ragione, anzi, la domina e la sbaraglia. Omnia vincit amor, et nos cedamus amori dice Ovidio, e quel “cediamo” è la chiara espressione che con l’Amore non c’è nulla da fare: bisogna farsi sopraffare dalla sua potenza. D’altronde il Signore infuocato dice a Dante –Io sono il tuo padrone-. Questa è una percezione antichissima dell’Amore, una sensibilità greca, latina, provenzale, stilnovistica. Pure Dante cede a tale visione; questo fino ad un amarissimo giorno, che rivolterà per sempre l’animo del poeta. Nel 1290 Beatrice muore, e Dante perde la sua donna gentil. Distrutto si getta nella consolazione dei conventi di Santa Croce e Santa Maria Novella. Ha bisogno di manicar lo pane de li angeli per ritrovare il senso della vita. Filosofia e poesia sono il pane, le cui fibre sono d’una forza dirompente e profonda, antica e sempre nuova: le fibre del cristianesimo. Dante entra in contatto in modo sottilissimo ed intelligentissimo con la teologia del suo tempo: questo percorso getterà le basi intellettuali del suo grande capolavoro, la Comoedia. Saltando qualche anno si arriva alla stesura del poema. Incipit Comedia Dantis Alagherii florentini natione non moribus (Comincia la Commedia di Dante Alighieri, fiorentino di nascita, non di costumi). 

Canto XVIII del Purgatorio. Dante chiede a Virgilio che cos’è l’amor, ed è nella risposta la nuova visione. L’animo umano viene creato da Dio con la naturale propensione ad amare, e l’uomo ama solo ciò che conosce. L’atto del conoscere vien prima, e avviene attraverso l’occhio. Ubi amor ibi oculos (Dov’è l’amore lì c’è lo sguardo) dice Riccardo di San Vittore, e Dante lo lesse. Ecco la visione, ecco il vedere. L’uomo conosce l’oggetto d’amore, e lo riconosce tale perché richiama in lui quella naturale propensione ad amar che da Dio viene e che tutto muove. Sappiamo d’essere innamorati perchè quella persona è per noi la voce che chiama le nostre corde più intime, nobili, virtuose, divine a destarsi. Allora dopo il risveglio dell’anima, invocata da Amore, v’è il naturale piegarsi verso l’oggetto di desiderio. C’è la tensione, lo streben spirituale. 

Poi, come ‘l foco movesi in altura 

per la sua forma ch’è nata a salire

là dove più in sua matera dura,    

così l’animo preso entra in disire, 

ch’è moto spiritale, e mai non posa                  

fin che la cosa amata il fa gioire.

Parafrasi: Poi come il fuoco si dirige verso l’alto

per la sua essenza, creata con la

tendenza a salire verso il luogo dove                           

può mantenersi più a lungo, così l’anima

entra nel desiderio, movimento spirituale 

che finisce raggiungendo la cosa amata.

Ora però entra in gioco una forza nuova, mai vista nella storia d’amore: il libero arbitrio. Infatti la cera è sempre uguale, ma è il sigillo che può esser non buono: tutto dipende dall’oggetto dell’amore. Sant’Agostino diceva –nemo est qui non amet, sed quaeritur quid amet– (nessuno non ama, ciò che c’è da chiedersi è cosa ami). Amare il denaro e amare la virtù sono amori, ma la qualità d’uno si distanzia molto dalla qualità dell’altro. Però possiamo amare l’uno e l’altro, poichè siam liberi. Libero arbitrio c’è dato da Dio, la podestate di scegliere dove indirizzare la nostra tensione d’amore: proprio dal dove la indirizzeremo si parrà la nostra nobilitate. Dante, nella sua Monarchia, dice –Questa libertà, questo fondamento di tutta la nostra libertà, è il più grande dono fatto da Dio alla natura umana perché grazie ad esso siamo felici sulla terra come uomini, e in cielo come Dei-. Dante ci dice una cosa meravigliosa: la nostra vita sta tutto nella responsabilità di come usare la libertà che ci è stata data, e dal modo si capirà che persone siamo. Amor meus, pondus meum (il mio amore è il mio retaggio) diceva Agostino. Dimmi cosa ami e ti dirò chi sei. Ezra Pound avrebbe detto:

what thou lovest well remains, the rest is dross/ 

what thou lovest shall not be reft from thee/ 

what thou lovest is thy true heritage

 (Quello che sai amare rimane, il resto è scoria

/ quello che sai amare non ti sarà strappato

/ quello che sai amare è il tuo vero retaggio)

Altro che dominus tuus, questa si che è libertà. D’altronde Dante a quella Beatrice, che lo innamorò per prima, che lo fece soffrire dopo, che lo accompagnò poi, lui dirà, lasciandola infine, gli immortali e meravigliosi versi:

tu m’hai di servo tratto a libertate

per tutte quelle vie, per tutt’i modi

che di ciò fare avei la potestate. 

Non è amore se non libera. Allora tutto il viaggio finisce in Dio, che è Amore. Amore, amore, amore, direbbe San Francesco. Dante, invece dice:

a l’alta fantasia qui mancò possa;

ma già volgeva il mio disio e il velle,

sì come rota ch’igualmente è mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.

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