• mercoledì , 8 Dicembre 2021

La via della Fenice

La letteratura esiste in quanto esiste la società che la produce. Ogni autore è figlio del suo tempo, ed ogni opera ne è immagine. La nostra età è nichilista, infatti il processo di secolarizzazione ha fatto cadere gli idoli, ma non è stato capace di offrire qualcosa in cambio. Questo crea nell’uomo il sintomo della nullità, ovvero l’ansia. Paura, angoscia, frammentazione, sono i tratti del nostro vivere. Caduta la religione ed ancora in gestazione il nuovo mondo, viviamo nel baratro nichilista, dove è il nulla ad essere padrone. La parola nulla sembra essere in contrasto con la pienezza delle nostre vite, ma, invece, penetra profondamente le barriere superficiali di cui ci copriamo, mostrandone la vacuità all’interno. Partendo dall’assunto iniziale, anche la letteratura dovrebbe essere nichilista, ed infatti lo è. Gli autori novecenteschi hanno vissuto tutto quel processo di morte della religione, e poi, a domino, della politica, ma non hanno saputo darne una vera e propria risposta. Anzi, col loro scrivere hanno aperto la via al nichilismo. Infatti possiamo chiamare la letteratura del novecento come “letteratura della distruzione”. Come le due guerre mondiali hanno distrutto ciò che hanno trovato, così gli scrittori moderni hanno distrutto quel che la tradizione gli aveva passato in mano. Con i vari futurismi, vorticismi, modernismi, sperimentalismi, espressionismi, e tutti gli “ismi” inventati, hanno portato la letteratura ad appiattirsi alla realtà. 

Essendo la realtà distrutta, ne risulta distrutta anche la letteratura. Questo è quello che hanno lasciato. Fin ora i letterati non hanno fatto altro che distruggere, ora è tempo di ricostruire. Per rimettere in piedi un palazzo crollato si devono spolverare le macerie e rinvenire le fondamenta: perciò quello che ormai è da buttare va buttato, ma c’è qualcosa da conservare. Quel che rimane è il lascito di grandi autori moderni che hanno saputo interpretare il mondo: da qui si può partire. Tuttavia, pensare di continuare il loro processo di distruzione del linguaggio letterario è folle, perchè sarebbe condannarsi da soli. La letteratura riparta dalla parola “epica”. L’epica va riportata nella lingua e nei contenuti, solo così potrà essere rivitalizzata l’arte, e quindi ridata speranza all’umanità. L’epica ha un valore fondamentale: è favola. Non v’è nulla di più vero d’una favola, perché in essa è contenuta la grandezza dei più alti sogni dell’uomo. Solo rinforzando i sogni il mondo potrà essere illuminato ancora. Il segreto, quindi, della nuova letteratura non sarà di descrivere il mondo, ma interpretarlo di modo che il lettore possa intravedere qualcosa di più grande di ciò che quotidianamente gli viene proposto.

Per farlo il letterato deve partire dalla storia, generatrice di valori con i quali ci possiamo confrontare, raccontandola come mito, non del mondo passato, ma di quello futuro. Ė tramite le gesta antiche che quelle future possono migliorarsi. La trattazione storica, però, non deve essere di sterile eruditismo, bensì di vivace confronto col presente: in questo modo potrà attuarsi la trasvalutazione dei valori, ovvero la creazione di una nuova scala valoriale a cui l’uomo potrà aggrapparsi. Il presente consegna una problematica, il letterato la risolve, e propone la sua soluzione non inserendola nel contesto attuale, ove le passioni sono troppo accecanti, ma in quello storico, dove vengono meno i fervori e la lucidità può far lavorare meglio il pensiero. Quindi la letteratura deve essere sempre didascalica, non potrà mai tirarsi indietro dal dovere che l’uomo ha, di fronte l’universo, di chiedersi quale sia la via alla verità, e comunicarla ai suoi simili. Ecco che la letteratura potrà combattere il nichilismo: c’è bisogno di vita, non di morte, di creazione, non distruzione, forza e non debolezza.

Bisogna esser fenici, per ridestarsi fra le ceneri.

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