• mercoledì , 8 Dicembre 2021

Cala Cimenti “sdraiato in cima al mondo”

Due fratelli, due amici, due spiriti liberi. Due vite differenti, ma accomunate da una forte passione condivisa, per la libertà, per la montagna, per il viaggio, per le sensazioni speciali, per la vita.

Alessandro e Carlalberto (Cala) Cimenti, sin da giovanissimi, hanno vissuto numerose e straordinarie esperienze con la famiglia, soprattutto insieme al padre Charlie, legate allo sport e al viaggio, avventure in montagna e per mare, che li hanno portati a una continua ricerca dello straordinario. 

Anche in età adulta le esperienze più sensoriali, come gli odori, gli aromi, assaporati in Nepal, in Argentina o in Messico sono state loro di grande aiuto nella formazione di un personale sistema valoriale e hanno scatenato quel lungo processo di ricerca e consapevolezza del proprio sogno di vita e del proprio Io.

Cala e Alessandro con il loro papà Charlie

Ed è con questi sogni che l’8 febbraio 2021 Cala scompare tragicamente nell’Alta Val di Susa, esattamente sei giorni prima del suo quarantaseiesimo compleanno.

Alessandro Cimenti racconta la meravigliosa esperienza di vita del fratello ai ragazzi del Salice.

Cala Cimenti è innanzitutto padre di una giovane donna, Alice, recentemente laureata a Berlino e attualmente in Namibia per portare a termine la seconda parte della tesi.

Cala con sua figlia Alice

Dopo essersi laureato in lettere con indirizzo artistico, Cala ha sognato e poi realizzato la sua idea di vita portando ad un livello estremo le esperienze di viaggio, avventura e esplorazione (già affrontate in giovane età sciando e scalando le più alte cime delle Alpi). 

Nel momento in cui ha realizzato di voler raggiungere determinati risultati, poi conseguiti, ha progettato un percorso di vita nuovo, un piano che tendenzialmente si svolgeva nel mese di luglio sulle montagne del Pamir, Tagikistan, Afghanistan, Kirghizistan, Nepal, Tibet, dedicandosi a quella fetta di mondo.

Cala Cimenti (foto Viviana Corvaia)

Alessandro ci racconta che in alta quota si percepisce il malessere fisico per l’altitudine, una condizione dominante costante, ma il tutto viene ripagato da quegli attimi infiniti trascorsi “sdraiati in cima al mondo”.

La declinazione che Cala aveva scelto di dare all’alpinismo secondo la sua poetica personale era quella di tentare l’ascesa delle vette con gli sci.

Queste scelte gli hanno permesso di conoscere gente straordinaria, con cui ha avuto modo di legare (come lui stesso racconta in alta quota i rapporti sono portati all’estremo come lo è tutto il resto), condividendo insieme parte di vita, momenti straordinari, sogni. Persone alle quali ha affidato la propria vita, con le quali ha trovato accordi fatti di gesti, offerta, forza e aiuto reciproco. 

Cala amava scalare in compagnia.

Le ultime esperienze lo hanno portato agli onori della cronaca per i grandi traguardi raggiunti.

Cala è stato il primo Snow Leopard italiano, colui che ha scalato i 5 Settemila dell’ex Unione Sovietica.

Alla domanda “Qual’era il motore primo che muoveva Cala nelle sue missioni di ascesa delle montagne e che lo portava a rischiare la vita continuamente?”, Alessandro risponde: “Probabilmente l’emozione, quella sensazione di appagamento, di essere completamente risolto, che difficilmente è raggiungibile in altre circostanze e condizioni. Cala ha portato la sua esperienza a un livello estremo perché era difficile per lui percepire quella completezza altrove.

La ricerca dell’equilibrio è una ricerca interessante, spesso difficoltosa, che può avvenire attraverso vari percorsi. Cala aveva trovato il suo equilibrio nello squilibrio più totale. Uno squilibrio che doveva essere organizzato alla perfezione in ogni minimo dettaglio, che esigeva un allenamento costante e una preparazione massima e che non poteva ammettere errori.

Quando riusciva a formulare un piano strategico, come quello che lo ha portato a discendere il Nanga Parbat o a salire il Manaslu, il fatto di riuscirci ed essere in cima alla montagna lo portava a provare una vicinanza a quella dimensione estetica e statica che trascende dalle dinamiche fisiche di tutti i giorni. 

Ciò che si prova in alta quota, trovandosi in una dimensione diversa e non comparabile con quella mondana, è difficilmente descrivibile a parole.

“Non c’è limite quando scegli di ricercare quel percorso di vita” – racconta Alessandro – “sai perfettamente a cosa vai incontro. Nella tua testa il ragionamento è quello inverso, ti chiedi che senso abbia rinunciare ai propri sogni per la paura dell’imprevisto di essere travolto da una valanga e giungi alla conclusione che non c’è dubbio, non realizzare i propri sogni a causa della paura non ha senso. Pertanto si è disposti, consapevoli di quello che può accadere, a tentare delle strade che portano a vivere esperienze che altrimenti non si avrebbe avuto occasione di vivere”.

Al di là del progetto che gli interessava in maniera specifica e che richiedeva una programmazione massima (semestrale o annuale), a Cala piaceva vivere giorno per giorno. Cala evitava una vita ordinaria. Quotidianamente le sue giornate erano dedicate agli allenamenti e ai vari appuntamenti necessari per vivere la sua passione, ma a lui piaceva ricercare costantemente la libertà. La sua vera casa era un camper, un viaggio, un mondo. 

Erika e Carlalberto. Un furgone da chiamare casa. Il Nano, i viaggi, la felicità (foto Federico Ravassard)

La montagna di famiglia è il Rocciamelone. La montagna “di Cala” era quella che avrebbe a breve incontrato, che diventava la montagna speciale del momento, quella da studiare, della quale andava a leggere eventuali articoli sulle persone che l’avevano scalata prima di lui, di cui andare a cercare fotografie.

Le montagne del Pamir e del Nepal, che Cala ricercava, non sono montagne conosciute. Cala ha realizzato l’ascesa del Gasherbrum VII, impresa mai riuscita ad alcuno scalatore prima. 

In quest’esperienza sull’Himalaya, durante la discesa con gli sci salvò la vita al compagno Francesco Cassardo, che, dopo aver perso il controllo, è caduto in un susseguirsi di capriole percorrendo parecchi metri di dislivello, procurandosi gravi ferite. Cala ha raggiunto l’amico e l’ha soccorso. Ha passato la notte al suo fianco, nella condivisione massima del momento; nella solitudine assoluta che fa parte del mistero della montagna risuonavano due cuori che battevano all’unisono, uno per salvare l’altro, l’altro che si è salvato grazie al calore umano del vicino, in un luogo così lontano dagli uomini.

Questa esperienza li ha cambiati e ha svelato loro che persone siano veramente. 

“Quando avvengono questi tipi di imprevisti” – spiega Alessandro – “bisogna valutare se le circostanze consentono o meno di salvare l’altra persona, come sei messo tu fisicamente e psicologicamente, quanto tempo hai, com’è il tempo meteorologico esterno, come è messo l’altro, cosa pensi dell’altro. Devi trovarti in quelle circostanze per poter dire che tipo di uomo sei o prima di dare giudizi”.

Alessandro ha spiegato infine che quando ci sono le condizioni meteorologiche e psicofisiche adatte per tentare la vetta, ci si prepara per partire durante la notte in modo da arrivare sulla cima alle prime ore del mattino.

Alessandro e Carlalberto

All’interno del suo libro “Sdraiati in cima al mondo”, in una riflessione, Cala dice che “tu sei quello che hai fatto e vissuto“; nelle ultime righe confessa di voler partire per una nuova avventura, alla ricerca di nuove esperienze e di un confronto con i suoi limiti e termina affermando: “guardo avanti, verso il quarantaseiesimo anno, con la gran voglia di affrontare le esperienze che arriveranno, sia sulle montagne, sia nella vita con mia moglie Erika. Lo faccio con la consapevolezza che ogni attimo di questa esistenza deve essere vissuto intensamente e che tutti abbiamo il diritto, ma anche il dovere, di inseguire fino in fondo i nostri sogni”.

Il libro di Cala

Il messaggio che Alessandro Cimenti lancia ai ragazzi di oggi è quello di vivere, inseguire i propri sogni, cominciando con il cercare di formalizzarli e proseguendo nell’inseguirli con tenacia. 

Se si chiamano sogni è perché non sono idee così condivise e automatiche, magari non sono neanche apprezzate, magari vanno anche contro le aspettative di genitori, amici o della stessa società e questi sono indizi del fatto che vale la pena realizzarli.

Ho sempre associato a Cala la parola più bella di tutte, la parola “libertà”.

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