• mercoledì , 8 Dicembre 2021

Le strategie del virus

È interessante come delle particelle microscopiche e di struttura molto semplice, quasi elementare, riescano a rappresentare uno dei principali ostacoli nei confronti di organismi ben più complessi ed organizzati sviluppatisi durante un lungo processo di evoluzione. Si tratta di una lunga guerra biologica che attraversa i millenni tra i virus e le difese immunitarie dell’organismo, sempre assediato da una minaccia incombente e senza sosta. Noi ci accorgiamo di queste continue battaglie invisibili soltanto quando esse comportano rischi profondi alla nostra salute, ma dobbiamo sempre ricordarci che siamo costantemente esposti anche quando apparentemente la nostra salute non è compromessa.

Durante la seconda fase della pandemia abbiamo sentito parlare delle diverse varianti diramatesi dal Covid 19. E proprio in questa osservazione possiamo capire il motivo per cui i virus siano in realtà più complessi e resistenti di quanto sembrino all’apparenza. Il punto della situazione coincide con il fatto che nessun virus è immutabile ma possono sempre modificarsi anche leggermente grazie ad errori causali.

Una volta che il virus penetra all’interno della cellula, il suo materiale genetico viene replicato dall’RNA polimerasi. Questi enzimi, copiando la sequenza di nucleotidi, sono inclini a commettere errori sbagliando l’ordine di questi ultimi. Da queste nuove sequenze nucleotidiche leggermente differenti dall’originale, si formano virus che differiscono lievemente dal ceppo di partenza. Per questo motivo i virus a RNA come i virus influenzali, l’HIV e il Sars-CoV-2 hanno maggior probabilità di modificarsi. Nel caso invece dei virus a DNA, questi errori casuali sono meno frequenti per via di un maggiore controllo durante la copiatura del loro genoma.

Queste modifiche casuali sono quasi sempre in difetto per il virus, che non sopravvive al sistema immunitario perché indebolitosi. Ma in rari casi possono rivelarsi invece vantaggiose permettendo di diventare più resistente ai vaccini e ai farmaci. In particolare hanno maggior successo quelle varianti del virus che acquisiscono un potenziamento delle loro proteine Spike che, come degli agganci, gli permettono di accedere nella cellula per replicarsi.

In questo modo, alcune tra queste le varianti riescono ad avere un maggior successo rispetto al ceppo originario, sostituendosi di fatto ad esso. Esempi attuali possono essere individuati nelle variante inglese, sudafricana, brasiliana e indiana del Covid 19.

La variante più diffusa in Europa è attualmente quella inglese. Essa fu denominata così poiché venne isolata per la prima volta in Inghilterra. si era diffusa a sud est dell’isola già a settembre del 2020, ma venne segnalata all’OMS verso metà dicembre dello stesso anno. Questa nuova variante, indicata anche come B.1.1.7, presenta addirittura 23 differenze nucleotidiche rispetto al ceppo originario che hanno comportato una mutazione delle proteine Spike del virus. Per questo motivo la variante inglese è stata reputata da molti scienziati ancora più contagiosa, in grado di sostituire e prevalere sui ceppi precedenti. In Italia si è stimato che la nuova variante abbia un grado di trasmissibilita’ superiori del 37% rispetto ai ceppi precedenti esistenti nel territorio. Una prova schiacciante di questa affermazione sono stati dati da studi condotti dell’Istituto Superiore di Sanità, svoltisi nel mese di febbraio, che hanno ricondotto 54% dei casi di covid 19 proprio a questa variante. Fortunatamente i vaccini somministrati per il corona-virus risultano molto efficaci anche per questa variante. Resta comunque il rischio che dalla variante inglese possano generare altre varianti ancora più resistenti alla terapie ad oggi utilizzate.

La piu’ contagiosa di queste varianti e’ la cosiddetta variante delta (precedentemente detta variante indiana) entrata recentemente alla ribalta per alcune sorprendenti caratteristiche: l’alto tasso di  contagiosita’ dovuta alla estrema rapidita’ di passaggio da un soggetto all’altro (bastano infatti solo 5-10 secondi di contatto o anche solo di passaggio del portatore del virus vicino al soggetto sano) e la capacita’ superiore rispetto virus originale di formare i cosiddetti “sincizi” cioe’ aggregati di cellule infettate che sono spinte dal virus a fondersi fra di loro, come descritto dal Dott. Mauro Giacca professore di biologia molecolare all’Universita’ di Trieste che lavora attualmente al King’s College di Londra. La formazione dei sincizi o agglomerati di cellule polmonari infette e’ stata inizialmente descritta l’anno scorso in  osservazioni autoptiche dalla patologa Rossana Bussani di Trieste. Successivamente sono stati descritti in un articolo sulla rivista inglese “The Lancet” nel novembre 2020. Oggi ci siamo accorti che le varianti piu’ contagiose del coronavirus formano agglomerati cellulari piu’ grandi. Un aspetto piuttosto inquietante e’ che la capacita’ del virus di formare i sincizi risiede in una corta sequenza individuata  all’interno della proteina “spike” che e’ pero’ diversa da quella del coronavirus del pipistrello cui il covid19  assomiglia. Questo dato, secondo molti ricercatori, ha rimesso in campo l’ipotesi primitiva di un intervento di ingegneria genetica collegata proprio all’inserimento nel genoma virale della capacita’ di produrre la proteina formante sincizi; ad oggi infatti  non e’ stato individuato un organismo vivente che possa fare da ospite intermedio fra pipistrello e uomo e spiegare una mutazione naturale del virus.  

L’ultima novita’ sulla variante delta del Covid19 viene da Israele, il primo paese al mondo che ha vaccinato la quasi totalita’ dei suoi abitanti con doppia dose di vaccino Pfeizer. Viene infatti segnalato dall’epidemiologo Ran Balicer che la variante delta del virus arrivata di recente nel paese ha gia’ contagiato molte persone vaccinate in precedenza e tra i non vaccinati, ha colpito nel 50% dei casi soggetti minorenni. Per fortuna pare che la mutazione delta sia meno pericolosa per la vita infatti il tasso di ospedalizzazione in Israele non e’ aumentato ma questa notizia apre un inquietante  scenario di una possibile nuova ondata della pandemia in autunno.

La risposta della scienza a questa nuova minaccia rendera’ forse necessario lo sviluppo di un nuovo vaccino in grado di attivare una specifica risposta immunitaria contro la nuova variante.

L’insegnamento che dobbiamo trarre dalla pandemia di Covid19 e’ che la lotta tra l’uomo e gli organismi patogeni e’ sempre in atto nonostante i progressi delle moderne biotecnologie .

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