• martedì , 28 Settembre 2021

Il dramma delle spose bambine

di Federica Cogno

Al Forum mondiale della democrazia, svoltosi a Strasburgo in merito al tema della parità dei diritti tra universo femminile e maschile, ha luogo il racconto di Gabriella Gillespie, figlia di uno yemenita e di una britannica.

Nell’emiciclo del Consiglio d’Europa, attonito, riecheggiano parole pesanti come macigni che gridano allo scandalo contro ogni forma di imposizione, di violenza, di ingiustizia. Una vicenda che è bene raccontare in quanto il fenomeno delle spose bambine da secoli distrugge la vita di migliaia di bambine dividendo intere famiglie e continua a pesare sulle nuove generazioni.

Lo straziante incubo di Gabriella inizia all’età di sei anni, quando un giorno sua madre accompagna lei e le sue due sorelle a scuola e il padre le viene a riprendere. Non succedeva mai che venisse lui e alla domanda dove fosse la mamma, la risposta è che se ne era andata. Dopo dodici mesi dalla scomparsa della madre la polizia arresta il padre per omicidio, ma il corpo non viene mai ritrovato, forse fatto a pezzi e bruciato. Le bambine vengono affidate a una comunità, il padre condannato a sei anni per omicidio e liberato dopo quattro per buona condotta, dunque i servizi sociali fanno tornare le fanno tornare ad abitare con lui. L’anno 1977, più precisamente il giorno del 13° compleanno di Gabriella, segna la volta straziante; Gabriella e le sorelle, sognando finalmente una bella vacanza in compagnia dello zio, così il padre aveva detto loro, partono alla volta dello Yemen.

Atterrate in Yemen, ad attenderle lo zio insieme a uno “choc culturale” indescrivibile: solo uomini intorno e pochissime donne vestite completamente di nero. Il padre è di famiglia musulmana, ma non le aveva mai educate in un contesto religioso. Lo zio le chiude per alcune settimane in un appartamento costringendole al buio, al silenzio, alla fame e alla sete. Dopo qualche settimana la sorella di 14 anni viene venduta a un uomo che proveniva dal Regno Unito e lavorava in una ambasciata. Gabriella e l’altra sorella invece vengono mandate nel nord del Paese e poi a Mugrahba, un villaggio rurale senza acqua, elettricità, scuole, polizia, dove vengono costrette a vestire lo jiab e qualche volta il burka e ad andare quotidianamente a prendere l’acqua al pozzo, a quattro chilometri, 5 – 6 volte al giorno, a lavorare nei campi, a fare da mangiare e chiaramente se osano protestare venivano picchiate.

Qualche settimana dopo arriva il padre con la sorella grande; deve pagare un debito e così la sorella di 17 anni viene venduta a un uomo sessantenne. Al terzo giorno della festa di matrimonio si toglie la vita e Gabriella, con grande dolore, sottolinea che lei e l’altra sorella in quanto donne non “hanno goduto del diritto” di poterla vegliare, piangerla, e neanche sapere dove è stata sepolta. Gabriella tenta dunque il tutto per tutto e supplica un ragazzo del villaggio di 18 anni di chiedere la sua mano al padre; si sposano, ma dopo sei mesi lui muore e Gabriella viene data in sposa a uno degli uomini più ricchi dello Yemen. A 14 anni arriva il primo figlio, poi altri quattro, chiaramente in mezzo a violenze continue: lei stessa racconta di essere stata spesso picchiata fin quasi a morire.

Il dramma continua per altri 17 anni; il tempo di scoprire i suoi diritti e cioè che, essendo lei cittadina britannica, può chiedere aiuto in ambasciata; dunque Gabriella scappa insieme ai suoi cinque figli. Ci vuole un altro anno perché possa lasciare il Paese con i figli perché non sono sul suo passaporto e lei come madre non ha alcun diritto di portarli con sé. A seguito però dell’aiuto dell’ambasciata che non esita a proteggerla e ad aiutarla, rientra in Gran Bretagna “senza nulla”, precisa Gabriella, in quanto all’epoca anche le vittime della tratta devono pagarsi i costi per ritornare. Il padre di Gabriella è morto undici anni fa in Yemen; lei ne aveva perso completamente le tracce. L’altra sorella invece è rimasta là, dove ancora oggi “un padre ha tutto il potere sulle proprie figlie”. Aggiunge però, “dappertutto ci sono persone sane e persone non sane, anche tra gli yemeniti; è proprio grazie a degli yemeniti se io sono qui oggi”.

La conclusione del racconto agghiacciante si configura come un urlo di solidarietà: “La cosa più orribile di quello che è successo nel 1977…” spiega Gabriella “… è che le cose continuano a succedere per altre giovani. Oggi lavoro con delle sopravvissute e tali cose continuano a succedere e tutti i giorni mi chiedo come fare per arginare il fenomeno; anche se si fa di tutto per porre una fine a questi orrori, la cosa orribile è che invece continuano”.

Si apre il dibattito nell’emiciclo, in un clima quasi surreale; e così Gabriella aggiunge altri dettagli sulla sua storia e racconti sull’oggi: “Tutto quanto ciò che è accaduto ha avuto effetti sui miei figli e ancora oggi si ripercuote su ogni aspetto della mia vita, sono fatti dalla portata talmente grande, grave, crudele oserei dire barbarica che si trasmettono da una generazione all’altra; tre dei figli hanno cancellato ogni ricordo dalla loro mente, i due più grandi no. Non mi attacco al passato, guardo al futuro perché i miei figli sono con me e questa è una chance. Parliamo dei momenti tristi, ma ne siamo venuti fuori e non sono più preoccupata per loro”.

Torna a più riprese nella testimonianza di Gabriella la preoccupazione per chi oggi attraversa quello che ha dovuto vivere lei. “Per me oggi venire qui è stato molto duro, mi ha fatto male…” dice ancora “…Ma ci sono, mi guardo intorno e vedo passi avanti. Provengo da un contesto che si batte e mi batto anche io, sebbene io non abbia terminato gli studi: li ho lasciati a 13 anni “per andare in vacanza” e non ho più avuto la possibilità di riprenderli. Vedo dei passi avanti, mi rendo conto che altre persone come me si battono, ciascuno a modo suo, e mi domando come possiamo aiutare le migliaia di giovani a non arrivare al punto in cui sono arrivata io. È un lavoro enorme e sono molto preoccupata perché è insopportabile che non ci sia ancora il diritto a sposare chi si ama, ma che per tanti il matrimonio sia ancora un obbligo, una scelta imposta dalla famiglia”.

La preziosa testimonianza di Gabriella si configura come una sola delle tragedie cui ogni anno vanno incontro 12 milioni di bambine e ragazze date in sposa al di sotto dei 18 anni, alla comparsa della prima mestruazione, compromettendo gravemente e spesso per sempre il loro avvenire.

Strappate di netto dall’età del gioco o dell’adolescenza, le bambine, vittime nelle mani di aguzzini molto più vecchi di loro, subiscono gravi violazioni al diritto alla salute, fisica e mentale, e ripercussioni permanenti sul livello di istruzione e sulle prospettive di vita, che si ripercuotono a loro volta sui loro figli.

Sono diversi i fattori che influenzano l’incidenza del fenomeno delle spose bambine: in Paesi come il Bangladesh o l’India, dove esistono da decenni programmi di contrasto caratterizzati da un forte impegno legislativo, se ne è registrata una notevole diminuzione, mentre in altri come il Nepal, dove il fenomeno è legato soprattutto a minoranze etniche e gruppi marginalizzati, non si sono registrati grandi miglioramenti. Invece in altri Paesi che hanno subito gravi siccità, ad esempio il Niger, paradossalmente l’incidenza è diminuita perché le famiglie più povere non potevano sostenere i costi delle nozze. Laddove invece, come in Somalia e Nigeria, in contesti di conflitti protratti, sono stati attuati programmi di lotta all’Hiv e alla violenza di genere, sono state realizzate efficaci campagne per ridurre anche la tradizione dei matrimoni precoci attraverso l’educazione sessuale e alla salute riproduttiva. Tuttavia in Bangladesh, Mozambico, Repubblica Centro Africana, Niger e Sud Sudan più del 40% delle ragazze tra i 15 e i 19 anni sono sposate; in Chad, Mali, Guinea, Burkina Faso e Madagascar sono il 30-40%; nel resto dei Paesi sono tra il 20 e il 30%.

Tale fenomeno il più delle volte è dettato dall’ineguaglianza di genere, dalla povertà, dalla difficoltà di accesso all’istruzione e alla sanità, dalla carenza di un quadro legale e di un contesto politico che tutelino i diritti dei minori e delle donne e da situazioni di emergenza umanitaria che caratterizzano gran parte dei Paesi in via di sviluppo. Soprattutto tra i bambini che vivono in condizioni di conflitto o di sfollamento si registra un’alta incidenza di matrimoni precoci, anche se è difficilissimo registrarli. In contesti caratterizzati da periodi di prolungata crisi e dunque da scarso accesso ai servizi primari, bassa prospettiva di vita, in cui abitano famiglie costrette in campi profughi, le nozze delle figlie anche giovanissime diventano una strategia di autoconservazione. Vi è poi una matrice culturale del matrimonio precoce, che in alcuni contesti è sostenuto e difeso da una serie di norme e consuetudini sociali molto forti, incarnate da anziani, capitribù, leader religiosi e spirituali.

Il fenomeno ha anche un impatto sul contesto socioeconomico, che rimane arretrato e basato sulle attività di sussistenza: le spose bambine costrette a lasciare la scuola, non ricevono una giusta e adeguata istruzione e non godono delle stesse opportunità dei coetanei di sesso maschile.

La scolarizzazione è molto bassa, le ragazze spesso rimangono addirittura analfabete e il loro lavoro viene sfruttato all’interno della famiglia del marito, in un’economia informale basata sul sommerso. A tal proposito dice l’attivista pakistana per i diritti delle donne e delle bambine Sughra: “Le donne delle comunità rurali sono nella condizione di vittime, private dei loro diritti, escluse dai benefici dello sviluppo comunitario. L’istruzione è una forza che può aiutare a promuovere i loro diritti, ma nelle regioni rurali le ragazze non hanno accesso alla scuola. Da attivista ho capito ben presto che le bambine non vanno a scuola non solo a causa delle norme sociali, ma anche per la povertà delle famiglie.” Promuovere l’emancipazione economica femminile è diventato dunque uno dei suoi obiettivi primari, perché significa rompere il circolo vizioso che lega povertà, analfabetismo, ignoranza dei propri diritti, sottomissione.

I costi sanitari invece aumentano vertiginosamente a seguito delle numerose gravidanze precoci. Le giovani spose rischiano infatti di contrarre malattie sessualmente trasmissibili (come l’HIV). I loro corpi, in molti casi, non sono fisicamente pronti a partorire, in quanto troppo giovani, non sufficientemente sviluppati. Inoltre, le giovani ragazze esenti da ogni qual tipo di informazione, non sono preparate ad affrontare la gravidanza e il parto. Le gravidanze precoci mettono in pericolo le vite delle ragazze, per di più nel caso in cui abbiano subito le mutilazioni genitali, e dello stesso nascituro. Dunque i figli di mamme bambine, spesso mal nutrite, nascono prematuri e affrontano a loro volta malnutrizione e problemi sanitari nei primi anni di vita, in un circolo vizioso che si auto-alimenta.

Per combattere il fenomeno delle spose bambine l’intervento legislativo non è sufficiente; è necessario un approccio sistemico che coinvolga governi e famiglie e multidisciplinare, con interventi educativi e di inclusione socioeconomica. Importanti sono gli incentivi alla frequenza scolastica, con la sensibilizzazione e l’intervento attivo di tutta la comunità, compresi leader religiosi e spirituali, nonni e padri. Sono necessari meccanismi di supporto per affrontare i costi e i criteri di accesso allo studio superiore e alla formazione professionale, e un collegamento tra scuola e lavoro in quanto il matrimonio precoce si configura spesso come una misura economica per garantire un futuro alle donne che hanno meno accesso al credito, al lavoro e all’eredità e dunque i percorsi di professionalizzazione contribuirebbero ad allontanare la soglia delle nozze e renderebbero le ragazze autonome e l’educazione sessuale e alla salute riproduttiva dovrebbe entrare nel curriculum scolastico. Dunque promuovere una scuola di qualità per tutti i bambini, con particolare attenzione alla parità di genere, è forse la migliore strategia per proteggere le bambine dai matrimoni precoci, così come dal lavoro minorile e da altre violazioni dei diritti.

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