• martedì , 20 Ottobre 2020

Ci salveremo e sarà tutti insieme

Non sono solo i numeri ed i grafici a definire la quarantena che può essere vissuta anche attraverso un’ottica che rimanda all’humanitas.

Ecco dunque l’intervista a Paolo Gardino, docente di Greco e Latino.

Cosa ne pensa del Coronavirus e della situazione che stiamo vivendo?

Il periodo che stiamo vivendo ha dell’eccezionale e nessuno di noi poteva immaginare una pandemia in questi termini e condizioni. Questa è una situazione dove ciascuno deve trovare il modo per reagire, tirando fuori il meglio di sé.

La condizione di crisi, che per etimologia del termine significa giudicare, ci pone nella condizione di vagliare ciò che è vero e ciò che non lo è, per cui mi sembra una situazione molto difficile ma altrettanto preziosa perché permette di far venire fuori nella vita di ciascuno (e anche nella vita collettiva) quali sono i fondamenti forti che possono reggere come un grande vaglio. Cito ciò che diceva Manzoni: la peste è una grande scopa.

Ci troviamo in un momento in cui può emergere tutto il male ma anche tutto il bene, e più andremo avanti più ci renderemo conto di dover esercitare la pazienza, perché questa situazione non è destinata a risolversi a breve.

Durante questo periodo i grandi classici della letteratura romana e greca le stanno tenendo compagnia?

Assolutamente sì.

I greci e i latini erano, innanzitutto, uomini che, come noi, hanno dovuto affrontare problemi sociali e personali.

Noi viviamo in un mondo moderno in cui la medicina ci ha dato la speranza di poter sconfiggere tante malattie e, proprio adesso che ci sta mostrando i suoi limiti, gli antichi possono venirci in aiuto, in quanto abituati ad affrontare la morte, la debolezza e la malattia senza gli strumenti di cui disponiamo noi oggi.

In particolare c’è un brano tratto dell’Eneide di Virgilio che mi sta tenendo molta compagnia: ci troviamo nel libro secondo ed Enea, al palazzo di Didone, racconta la fine di Troia, in particolare la fine della giornata della presa della città, quando ormai per la propria città non c’è più speranza e decide di fuggire.

Qui Enea, dopo aver convinto a stento il vecchio padre Anchise e aver preso per mano il figlioletto Ascanio, parte verso un nuovo destino, esattamente come noi adesso.

L’immagine di questo uomo maturo che si carica della saggezza e della tradizione degli avi rappresentata dal padre, mi ha aiutato molto perché ritengo che noi, come lui, dobbiamo avere cura di chi è più debole, gli anziani in primis, in quantoil pomeriggio sa più cose del mattino.  

In particolare i versi “quo res cumque cadent, unum et commune periclum, una salus ambobus erit.” Ovvero “dovunque si vada a finire, uno solo e comune è il rischio, unica e sola sarà la salvezza per entrambi.” racchiudono un grande messaggio, lo stesso mandato dal Papa durante la grande preghiera su piazza San Pietro: non ci salviamo da soli ma con la solidarietà.

Istruzione a distanza: cosa ne pensa?

Le mie classi lo sanno, io ho preferito le lezioni sincroniche perché è importante poter interloquire con i ragazzi direttamente.

La lezione non è un a priori che si comunica perché, citando Camus, il professore “non deve ingozzare gli alunni come fossero delle oche“; infatti sto cercando di fare delle lezioni durante le quali i miei studenti possano interagire il più possibile.

Questo nuovo metodo mi ha portato a scoprire ragazzi intelligenti che hanno saputo reagire bene e, soprattutto nel biennio, coloro che nei colloqui in classe erano più timorosi adesso tendono ad aprirsi di più, ottenendo risultati migliori.

Durante questo periodo di quarantena ha trovato il tempo di dedicarsi a passatempi per cui prima non aveva mai tempo?

Sì, ho giocato a scacchi con mio figlio.

La quarantena le ha dato modo di riscoprire qualcosa che prima dava troppo per scontato?

Tante cose.

In particolare mi pesa molto la lontananza, il poter incontrare le persone, il parlare faccia a faccia con loro, gli abbracci, in poche parole la fisicità.

Mi è venuta in mente una frase di Dostoevskij che diceva “la bellezza salverà il mondo” , e in merito a questa mi sono chiesto: a cosa possono servire la letteratura e la poesia in un momento come questo?

L’essere in immersi in questa situazione che può, in certi casi, diventare anche molto dolorosa, porta a farci delle domande sulla vita e uno può chiudere gli occhi e far finta di non vedere, oppure, decidere di andare fino in fondo.

Quando noi guardiamo qualcosa di bello, diceva Guardini, è come se quello che stiamo osservando contenga dentro di sé una promessa come una comunicazione infinitamente bella, buona e giusta a cui il nostro cuore aspira, un grido inesausto che si contrappone alle provocazioni della realtà.

Ho riscoperto anche un’altra cosa: il valore della parola.

All’inizio di questo periodo ci sono state valanghe di parole da tutti i fronti, social, giornali e altro perché, era come se parlando si potesse scacciare il virus, come una funzione apotropaica che ha portato alla nascita dello slogan “andrà tutto bene”.

Ho imparato a dare il giusto peso alla parola, quella giusta, non una di più e non una di meno.

Durante l’incontro con il direttore ha detto che vede in noi studenti e nelle persone un cambiamento. Crede sia destinato a durare anche dopo questo periodo?

Lo spero proprio, e proprio per questo dovremmo esercitarci nella pratica della memoria.

La memoria, la cui etimologia deriva dall’indoeuropeo, non è soltanto il ricordo perché con quest’ultimo si intende qualcosa di più riferito al sentimento, mentre con la memoria si intende la conoscenza di qualcosa che io ho vissuto e mi porto dentro.

Se capiremo il valore di tutto quello che stiamo attraversando e lo memorizzeremo, portandocelo dentro, allora il cambiamento sarà destinato a durare e ci permetterà di ricostruire quello che dobbiamo ricostruire.

Tre parole con cui descriverebbe questa quarantena.

Inaspettata, interessante e lunga.

L’epidemia è un fatto di scienza ma a cosa può servire l’humanitas in questo momento?

Non è un fatto di scienza ma di realtà, e l’humanitas è sempre stata la spinta e la sollecitazione che ha avuto il cuore dell’uomo per rispondere alle evidenze che la realtà gli ha posto davanti.

Nella storia dell’uomo le epidemie hanno sempre portato ad un cambiamento. Lei come si augura che l’uomo possa cambiare dopo questa esperienza?

Per prima cosa, mi auguro diventi più cosciente di sé.

Viviamo in un mondo moderno dove l’uomo è stato imbruttito dal consumismo, dalla mancanza di senso e soprattutto dall’egoismo.

Mi auguro che tutto quello che avremo vissuto, se avremo memoria, ci apra al porsi delle domande serie davanti alla vita, al rispondersi in maniera intelligente e al rendersi conto che non si è soli in questo mondo ma c’è l’altro, diventando uomini solidali.

Leggi anche le altre interviste ai prof. di Valslice sulla quarantena

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