• sabato , 6 Giugno 2020

Il virus e la vita

Il Salice ha intervistato il professor Giorgio Bruno, docente di Filosofia nella nostra scuola. Il dialogo si è subito appuntato sull’elemento purtroppo comune di queste settimane: il dolore. Il Professore lo conosce, come anche molti di noi, per via delle numerose vittime del virus, che prima d’essere notizie erano persone: e il dolore viene soprattutto alla luce quando quelle persone sono a noi care. Bruno ha parlato di “messaggini”, ovvero messaggi di telefono che, con sensibilità riuscita o meno, lo hanno informato della perdita di conoscenti, amici, parenti. Da qui comincia l’intervista.

Come ha fatto ad andare avanti dopo quei messaggi?

“C’è nella nostra vita un arcobaleno di situazioni.  In un momento ti sembra di avere fede per rispondere a quel messaggio, nell’altro non hai nemmeno la forza per fare una telefonata di consolazione. C’è in certi momenti la capacità di affrontare il dolore, in altri chiudi gli occhi, non per fugarne l’affronto, ma per coscienza di non avere nemmeno le parole giuste.  Ma in un momento come questo v’è un grande e vero aiuto: l’Amicizia. Avere vicino una persona che ti sostiene e che ti ama dà la forza di ripartire“.

Trova degli aspetti positivi nel futuro?

“Qualche segnale di bellezza c’è. Non mi sembra che per esempio dal punto di vista politico ci sia una prevalenza di persone incapaci o disinteressate al proprio popolo. Certamente c’è molta battaglia politica, ma anche un certo senso di responsabilità.  C’è anche un atteggiamento di fiducia nel volersi risollevare. Io vado sempre alla caccia di quando si può ancora parlare di popolo: cosa difficile, in quanto il popolo è una cosa seria, grande, non un insieme di gente, ma di persone. Un popolo c’è quando ci sono delle persone, che stanno insieme per un motivo, che sanno da dove vengono e dove vanno.  In questo ha una grossa responsabilità la scuola: che spesso in quest’ultimo periodo sul “da dove vengono” sembra aver applicato una certa censura, una censura alla personalità del ragazzo: e sul “dove vanno” sembra essersi appiattita sul lavoro come unica meta possibile, come se non ci fosse altro. Ma la scuola non può ridurre un uomo, una donna, solamente a “consumatore” e a “lavoratore”. Ma questa situazione mi sta facendo pensare che si può ancora parlare nel nostro caso di Popolo. Mi vengono in mente le parole di Giussani che diceva: “Ci sarà un popolo finché ci saranno dei canti”. E, pensando che la prima risposta al virus è stato proprio il canto, credo che questa situazione ci sta restituendo la nostra identità”.

Un tetrafarmaco ai tempi del coronavirus

“Innanzitutto mi sovviene la Giovanna D’Arco raccontata da Péguy, alla quale viene chiesto che cosa ne sarà di lei se fosse a conoscenza che il suo destino stesse per compiersi. Lei risponde dicendo che continuerebbe a fare meglio ciò che stava facendo. Quindi di fronte alla vertigine di un momento del genere un bell’insegnamento è quello di far bene il da farsi. Con ancora più “giustezza”(nel senso francese) dobbiamo fare le cose di tutti i giorni. Un altro consiglio è quello del rispetto dell’altra persona. Soprattutto della persona che ti sostiene. Avere l’attenzione di coltivare l’amicizia e l’amore nei nostri rapporti quotidiani. Ma, forse, la cosa più preziosa è cercare su cosa si fonda la propria vita. Io mi rendo conto che è tutto incentrato sulla parola “Speranza”. Speranza significa sperare in qualcosa di bello nel futuro, che però nasce da qualcosa di bello nel presente. Riconoscere quindi le cose belle che abitano il presente, per riuscire a scorgerne altre nel futuro. Speranza non è una parola astratta: la speranza è la parola chiave di tutta la vita.  La speranza non è astratta perché tiene conto di qualcosa di molto concreto nel presente: la fede, quindi abbandonarsi ad un amore più grande, senza sicumera. L’ultimo punto del tetrafarmaco è fare attenzione ai segnali: quindi quei frammenti di persone che mi aprono una finestra di positività nel presente e speranza nel futuro“.

Dunque, il Tetrafarmaco bruniano:

  1. Giustezza
  2. Amicizia e Amore
  3. Speranza
  4. Cogliere i segnali 

Una lettura che infonda bellezza?

“Negli ultimi giorni ho ripreso “I Fratelli Karamazov”. Soprattutto rileggo con grande passione il dialogo fra Aleksej  e Ivàn: il primo ha scelto la strada clericale, il secondo invece è arrabbiato, se non con Dio, con il suo mondo, popolato da ingiustizie. Questo dialogo quindi presenta la rabbia e l’incomprensione di Ivan, e la tenera, ingenua, ma profonda fede del ragazzo Aleksej: tutto questo in due fratelli che si vogliono conoscere e dicono dell’amore dell’uno per l’altro“.

Leggi anche le altre interviste ai professori di Valsalice sulla quarantena

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